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“Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più”, libro + film

“Hai cinque anni, due sorelle e desidereresti tanto un fratellino per fare con lui giochi da maschio. Una sera i tuoi genitori ti annunciano che lo avrai, questo fratello, e che sarà speciale. Tu sei felicissimo: speciale, per te, vuol dire «supereroe». Gli scegli pure il nome: Giovanni. Poi lui nasce, e a poco a poco capisci che sí, è diverso dagli altri, ma i superpoteri non li ha. Alla fine scopri la parola Down, e il tuo entusiasmo si trasforma in rifiuto, addirittura in vergogna. Dovrai attraversare l’adolescenza per accorgerti che la tua idea iniziale non era cosí sbagliata. Lasciarti travolgere dalla vitalità di Giovanni per concludere che forse, un supereroe, lui lo è davvero. E che in ogni caso è il tuo migliore amico. Con Mio fratello rincorre i dinosauri Giacomo Mazzariol ha scritto un romanzo di formazione in cui non ha avuto bisogno di inventare nulla. Un libro che stupisce, commuove, diverte e fa riflettere.

Insomma, è la storia di Giovanni, questa. Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l’altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche. Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo”.

Non serve aggiungere molto alla presentazione che Giacomo Mazzariol fa del suo libro, “Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più”, edito da Einaudi nel 2016 (€ 16,50). Un libro bellissimo e di grande successo, che nel 2019 ha anche avuto una altrettanto efficace trasposizione cinematografica, con la regia di Stefano Cipani e un cast prestigioso con Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese. Clicca qui per leggere la recensione sul sito www.mymovies.it.

 

 

 

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10 anni di doppiaggio, teatro e amicizia: auguri al Teatro8

Il 20 giugno l’Associazione di Promozione Sociale Teatro8, che svolge attività di formazione nell’ambito del doppiaggio e di produzione di spettacoli teatrali, ha compiuto 10 anni. Un traguardo importante che è stato festeggiato con un video, in cui i ragazzi e le ragazze con disabilità intellettiva e relazionale che lo frequentano raccontano cosa gli piace del Teatro8: le attività di doppiaggio e di teatro, certo, ma soprattutto un luogo dove sentirsi a proprio agio, un’occasione per svolgere attività interessanti e formative, un punto di ritrovo e di confronto per un gruppo di amici.

Il prossimo progetto? Un video promozionale dedicato a Villa della Regina il cui commento audio verrà realizzato dai ragazzi appartenenti allo spettro autistico. Il risultato finale sarà presentato nel week end del 25 e 26 settembre presso Villa della Regina… stay tuned!

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Consiglio letterario: Fiori per Algernon

Fantascienza e disabilità sono i cardini di “Fiori per Algernon (Flowers for Algernon)”, racconto scritto nel 1959 da Daniel Keyes, vincitore del premio Hugo per il miglior racconto breve nel 1960, poi ampliato in un romanzo che vinse il Premio Nebula. È considerato un classico della letteratura in lingua inglese del XX secolo e uno dei più bei racconti di fantascienza di sempre. Ha avuto numerosi adattamenti, per televisione, teatro, radio, inoltre l’adattamento cinematografico “I due mondi di Charly” ha ottenuto l’Oscar al miglior attore nel 1969. Il racconto è stato tradotto in italiano per la prima volta nel 1959 nell’antologia Le meraviglie del possibile (curata, per inciso, da Fruttero e Lucentini), il romanzo è stato tradotto nel 1967.

RACCONTO

Charlie Gordon, un inserviente con disabilità mentale, ha il compito di lavare il pavimento in una fabbrica. Charlie è cosciente di non essere intelligente quanto gli altri ma sogna di diventarlo, così, quando la sua insegnante Alice Kinnian gli parla di un procedimento sperimentale per aumentare l’intelligenza, decide di provarlo. Charlie diventa così la prima cavia umana dell’operazione ideata dai professori Nemur e Strauss, che hanno già triplicato l’intelligenza di un topo di nome Algernon.

Charlie diventa sempre più intelligente: batte Algernon nella soluzione dei labirinti (mentre all’inizio era sempre il topo a vincere), prende per un po’ lezioni private da Alice – con cui allaccia un’amicizia – ma alla fine supera la maestra, e persino i professori che l’hanno operato, diventando un genio. Non tutti gli aspetti della sua vita, però, cambiano in meglio: Charlie si rende conto con dolore che era stato preso in giro per la sua stupidità dai suoi compagni di lavoro, mentre questi, spaventati dal suo misterioso cambiamento, firmano una petizione per farlo licenziare. Quando Charlie, con orrore, scopre altre persone ridere di un garzone ritardato – come i suoi vecchi compagni facevano con lui – lo difende ad alta voce, trovando uno scopo nella vita: aiutare chi è affetto da disabilità mentale.

Improvvisamente, però, l’intelligenza di Algernon comincia a mostrare segni di declino, quindi il topo muore. Svolgendo delle ricerche personalmente, Charlie scopre che gli effetti dell’operazione sono temporanei, e di lì a poco inizia a perdere le sue capacità intellettuali, cadendo in depressione. Ritrova il lavoro alla fabbrica – dove, conoscendo la sua storia, i suoi amici ora lo rispettano – ma un giorno, dimenticantosi di tutto ciò che è successo, torna alla scuola per ritardati. Alice, vedendolo, scoppia a piangere. Charlie decide di andarsene per non darle più simili dispiaceri, e nella postilla della lettera d’addio (ormai di nuovo completamente sgrammaticata) chiede che qualcuno metta ogni tanto dei fiori sulla tomba di Algernon, nel suo cortile.

ROMANZO

Il romanzo del 1966 ha essenzialmente la stessa trama del racconto, con delle modifiche minori (ad esempio Charlie lava i pavimenti in una panetteria anziché in una fabbrica) ed alcune aggiunte.

Attraverso flashback ci viene presentata la famiglia di Charlie: una madre violenta e ossessionata dalla “diversità” di suo figlio, un padre rassegnato che alla fine lo porta via da casa per sottrarlo alla collera della moglie, una sorella minore che lo detesta perché il fratello le complica la vita. Charlie inizia una relazione sentimentale con Alice, che rischia di naufragare quando, a causa del suo intelletto superiore, tutti i suoi interessi sono oltre la comprensione di lei. Un altro periodo in cui il loro amore è a rischio è quando Charlie sta perdendo l’intelligenza, ed è preda di frequenti sbalzi d’umore, rabbia e depressione. Quando Charlie torna alle sue condizioni iniziali, la loro storia è ormai finita. Ad un certo punto, mentre è un genio, Charlie scappa per allontanarsi dall’influenza dei professori Strauss e Nemur, portando con sé Algernon. Fa conoscenza con un’artista chiamata Fay, sua vicina di casa nell’appartamento in cui si stabilisce, ed allaccia con essa una breve relazione. Quando la mente di Algernon inizia a regredire, comunque, Charlie riprende il contatto con i professori – per capire cosa sta accadendo al topo – e con Alice.

STILE DI SCRITTURA E TEMI

La storia è narrata in prima persona da Charlie nei suoi diari, così che il lettore possa rendersi conto dei cambiamenti che il protagonista attraversa nel corso della vicenda. I primi resoconti sono pieni di errori di grammatica ed esprimono una visione del mondo molto ingenua, in cui il lettore capisce molto più di quanto non comprenda lo stesso narratore (Charlie, ad esempio, scrive di non capire perché i suoi compagni dicano “Non fare il Charlie Gordon” a chi fa qualcosa di stupido). Via via la grammatica e la comprensione del mondo di Charlie migliorano, per poi regredire allo stato iniziale alla fine della storia.

Al di là dell’idea fantascientifica di base, Fiori per Algernon tocca molti temi riguardanti il ruolo dell’intelligenza e della cultura nella vita. Uno dei temi più importanti – specialmente nel romanzo – è la posizione delle persone con ritardo mentale nella società, il loro inserimento e la discriminazione cui sono soggetti; una condizione di cui Charlie fa esperienza da entrambi i lati della barricata. Sempre nel romanzo, Charlie nota con irritazione di essere talvolta trattato come la cavia di un esperimento anziché come un essere umano: che gli uomini vengano considerati solo come dati di un esperimento, senza riguardo per la loro dignità di persone, è uno dei rischi delle scienze umane moderne.

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Un libro da non perdere: “Noi due siamo uno” di Matteo Spicuglia

“Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere. Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore. Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico”.

Così si legge sulla quarta di copertina di “Noi due siamo uno”, libro scritto con una delicatezza e una sensibilità davvero toccanti dal giornalista del TG3 Matteo Spicuglia e pubblicate da Add editore.

Non è un libro di cronaca, infatti il processo ai responsabili è la “parte meno importante”. Non è solo una biografia e non è un saggio sul disagio mentale, ma un po’ di tutto questo. La storia di Andrea Soldi emerge dalle pagine del suo diario, che riesce a descrivere in modo sorprendente il percorso psicologico, le allucinazioni e i silenzi che nascono durante il servizio militare e lo avvolgono per più di vent’anni, e dai racconti del padre Renato e della sorella Cristina.

Ma il discorso, grazie al contributo di psicologi, medici ed esperti del settore, si allarga al disagio mentale e alla disabilità, alla sofferenza che provoca ai malati e alle famiglie, ai pregiudizi e soprattutto all’inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale. C’è un’evoluzione anche in questa risposta “pubblica”, che parte dalla medicalizzazione e dall’internamento (o dall’abbandono alle famiglie) e arriva ad affrontare la malattia mentale in un contesto diverso, guardando la persona nella sua interezza e nella sua socialità, cercando di costruire un percorso personalizzato, appoggiandosi su percorsi lavorativi e realtà di sostegno che in Italia già esistono, ma non sono sufficienti.

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Consiglio letterario – Il mio autismo è una specie di scintilla!

Opera prima di Elle McNicoll, giovane scrittrice scozzese «neurodivergente», come lei stessa si definisce, ovvero con un disturbo dello spettro autistico, “Una specie di scintilla”, arrivato in Italia anche in versione audiolibro, è già divenuto un bel “caso editoriale” in Gran Bretagna. «È un romanzo arguto, sincero e pieno di empatia – come è stato scritto -, una storia di grandi ideali, di coraggio e fiducia in se stessi, nata dalle esperienze dell’Autrice, autistica come la sua protagonista, e dal suo impegno per una maggiore rappresentazione della neurodiversità nei libri per bambini»

 

Copertina di Elle McNicoll, “Una specie di scintilla”Uscito lo scorso anno in Gran Bretagna, A Kind of Spark è un piccolo, grande libro divenuto già un bel “caso editoriale” Oltremanica, accolto con grande favore da critica e pubblico, nonché già vincitore di alcuni premi. Dall’inizio di aprile è arrivato anche in Italia, tradotto da Sante Bandirali e pubblicato per i tipi di uovonero, con il titolo Una specie di scintilla.
Si tratta dell’opera prima di Elle McNicoll, giovane scrittrice scozzese «neurodivergente», come lei stessa si definisce, ovvero con un disturbo dello spettro autistico, che vive a Londra e dopo essersi laureata in Scrittura Creativa, ha lavorato come libraia, barista, blogger e babysitter, mentre però si divertiva anche a scrivere storie. Dopo avere quindi completato la sua tesi di laurea sulla scarsa rappresentazione dei bambini neurodivergenti, si è stancata della mancanza di inclusività nell’editoria e ha deciso di scrivere lei stessa un libro.

La storia di Una specie di scintilla è ben raccontata nella presentazione editoriale: «La vita a scuola è dura per Addie, undicenne autistica costretta a combattere ogni giorno contro l’ostilità, la diffidenza e la paura degli altri. Miss Murphy, la sua insegnante, non fa che umiliarla e metterla in imbarazzo, e quella che sembrava la sua unica amica ora le ha voltato le spalle. La sola persona che riesce a capirla nel profondo è Keedie, la sorella maggiore, anche lei autistica, ma più sicura di sé, e che sa benissimo come aiutarla a sentirsi meglio. Un giorno, durante una lezione, Addie scopre che in passato, nel suo paesino della Scozia settentrionale, innumerevoli donne furono torturate e condannate a morte in quanto ritenute “streghe”. Sconvolta dalla notizia, capisce che era la loro “diversità” ad essere messa sotto accusa e sente di dover fare qualcosa per riscattarle. Mossa da rabbia e determinazione, porta avanti una campagna di sensibilizzazione per convincere i suoi concittadini a far costruire un memoriale dedicato alle streghe uccise. La sua diventa una vera e propria missione, una crociata in nome dell’uguaglianza e della verità, perché quando la storia viene dimenticata, è destinata a ripetersi».

«Un romanzo arguto, sincero e pieno di empatia – come è stato scritto -, una storia di grandi ideali, di coraggio e fiducia in se stessi, che nasce dalle esperienze dell’Autrice, autistica come la sua protagonista, e dal suo impegno per una maggiore rappresentazione della neurodiversità nei libri per bambini».

«Io… sento le cose in modo un po’ più intenso – ha raccontato Elle McNicoll -, i suoni, le immagini… Riesco a sentire senza sforzo la gente per la strada. Riesco a vedere piccoli dettagli nelle cose. Cose che gli altri non vedono. Elaboro le cose in modo diverso. E a volte do un calcio a un sasso sul marciapiede. A volte, però, quando non sono sincere, mi è davvero difficile leggere le facce delle persone. Mio nonno diceva sempre che la gente come me in passato forse non era la più socievole. O la più chiacchierona. Ma mentre tutti gli altri erano intorno al caminetto a spettegolare, noi eravamo fuori a cercare l’elettricità. Ecco cos’è il mio autismo, è una specie di scintilla!».

Per suggerire dunque caldamente la lettura di questo libro, riprendiamo, condividendole, le parole scritte su di esso dalla testata inglese «Times»: «Attraverso la storia di Addie, McNicoll ci ricorda i pregiudizi sulle differenze neurologiche, e li smonta splendidamente perché ci mostra che l’autismo non è qualcosa che si ha, è quello che si è. Una storia di grande cuore che mostra compassione per tutti».

Fonte: www.superando.it

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Consiglio di lettura: “A bocca chiusa non si vedono i pensieri” di Benjamin Ludwig

“Ginny Moon”, pubblicato in Italia col titolo “A bocca chiusa non si vedono i pensieri”, è il racconto in prima persona di una tredicenne autistica intrappolata nell’ossessione del proprio passato. È il romanzo d’esordio di Benjamin Ludwig, che ha adottato con la moglie un’adolescente autistica e ha potuto farsi un’idea di prima mano di come funzioni un cervello neuroatipico nel difficile approccio col mondo esterno.

Ginny ha alle spalle una storia di droghe e abusi, la madre biologica è una donna instabile che ha trascinato nel loro nucleo famigliare una serie di uomini violenti. Viene sottratta alla sua custodia grazie all’intervento delle autorità e salta da una casa-famiglia all’altra fino ad approdare alla sua “Famiglia Per Sempre”, una coppia amorevole e comprensiva con la quale tutto sembra filare alla grande, finché la “Mamma Per Sempre” non rimane incinta, e la presenza di Ginny in casa diventa una possibile minaccia per l’incolumità del neonato.

Ginny non si può definire ad alto funzionamento, per quanto suoni il flauto nell’orchestra della scuola e giochi a basket due volte alla settimana. Frequenta una classe per bambini speciali, è ossessionata dal numero nove – l’età in cui è stata portata via dalla madre – e da Michael Jackson. Soprattutto elabora in gran segreto piani di fuga insieme alla sua bambola, perché in quella vita apparentemente perfetta manca qualcosa e il legame con la madre naturale è impossibile da recidere.

Il nucleo del romanzo è nella difficile relazione tra Ginny e i suoi genitori adottivi, che a ben vedere potrebbe essere la storia di una qualunque adolescente adottata, con un passato difficile con cui fare i conti. Il racconto si sviluppa dl punto di vista – assolutamente diretto – della ragazza, per cui è impossibile non provare profondo disagio di fronte a una donna che adotta, consapevolmente, una adolescente autistica e, dopo qualche mese di tentativi e di affetto, la tiene a distanza, la disprezza, addirittura la allontana dalla sorellina appena nata, perché convinta che possa «farle del male».

Tra i tanti piani di lettura e le possibili interpretazioni personali, è comunque mirabile lo sforzo dell’autore di dar voce diretta a una ragazza autistica, di provare a rispondere alla domanda: come pensano gli autistici?

A bocca chiusa non si vedono i pensieri
di Benjamin Ludwig
HarperCollins, 2017
Traduzione di Claudia Lionetti
pp. 429
18 euro

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Su Rai Yoyo (canale 43) arriva Pablo, bambino con autismo e con una grande passione per il disegno

Un prodotto di animazione rivolto a tutti, in cui la diversità di ciascuno è la chiave per superare ogni difficoltà. E’ “Pablo”, in onda da lunedì 1° marzo, tutti i giorni, alle 18 su Rai Yoyo, e dal 2 marzo in replica anche alle 9.35. La serie animata, fresca di nomination per i BAFTA, è già disponibile su RaiPlay, anche in lingua inglese.

Pablo è un bambino con autismo e con una grande passione per il disegno. Con coraggio e con l’aiuto di personaggi inventati riesce ad affrontare grandi sfide quotidiane.  E’ un bambino intelligente e in compagnia dei suoi amici speciali riesce a trasformare ogni problema in una fantastica avventura da vivere insieme.

Affrontare il delicato tema dell’autismo con un cartone animato rientra nell’impegno di Servizio Pubblico della Rai di rivolgersi a tutti, nessuno escluso, con storie coinvolgenti e di valore formativo. La particolarità di Pablo non gli impedisce di trovare soluzioni alle difficoltà incontrate e condividerle con il mondo esterno.

In ogni episodio, il piccolo eroe si imbatte in alcuni problemi quotidiani o in qualcosa che non capisce. Ma grazie alla sua immaginazione e alla sua bravura nel disegnare, il problema prende vita nel mondo fantastico dove gli amici animali da lui raffigurati, che rappresentano aspetti della personalità di Pablo e di molti bambini affetti da autismo, lo supportano come una vera squadra e corrono in suo soccorso. Fra loro ci sono Linda, una topolina timida ma determinata, Frullo, un energico uccellino, Dino, un grosso dinosauro e Raffa, una intelligentissima giraffa.  Tutti loro offriranno soluzioni sorprendenti a problemi vissuti come insormontabili, consigliando a Pablo comportamenti che lo soddisfano e che possano essere allo stesso tempo riconosciuti e compresi dagli altri.

Fonte: www.rai.it

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Consiglio cinematografico: “Il grande spirito”, con Sergio Rubini e Rocco Papaleo

Un nuovo consiglio cinematografico: “Il grande spirito”, commedia del 2019 diretta e interpretata da Sergio Rubini, con un grandissimo Rocco Papaleo, Ivana Lotito, Bianca Guaccero, Geno Diana e Totò Onnis. Adatto anche alla visione di bambini e ragazzi, il film ha ottenuto una candidatura ai Nastri d’Argento.

Molto interessante la figura di Renato, soprannominato “Cervo Nero”, disabile intellettivo in balia del mondo e del cugino che, dopo avergli sottratto l’alloggio dei genitori, vuole farlo ricoverare in una struttura per sfrattarlo anche dal ripostiglio sul terrazzo del palazzo in cui vive. E’ la figura centrale del film, protagonista dello scambio più divertente e significativo.

Renato: Lo sai che cosa ha detto Toro Seduto agli yankee?! Quando i fiumi saranno asciutti e gli animali estinti, capirete che non si può mangiare il denaro!
Tonino: Tu t’ha dice a Toro Seduto ca n’ha capisce nu cazz’!

 

La recensione di Paolo Casella su www.mymovies.it.

Tonino è un ladruncolo sempre in cerca del grande colpo di fortuna: che sembra finalmente arrivare quando il bottino di una rapina, per cui lui era stato relegato al ruolo di palo, finisce fortuitamente nelle sue mani. Tonino fugge con la refurtiva sui tetti di Taranto e trova rifugio in un abbaino fatiscente abitato da uno strano personaggio: Renato, che si è dato il soprannome di Cervo Nero perché si ritiene un indiano, parte di una tribù in perenne lotta contro gli yankee. Renato, come sillaba sprezzantemente Tonino, è un “mi-no-ra-to”, ma è anche l’unica àncora di salvezza per il fuggitivo, che tra l’altro si è ferito malamente cadendo dall’alto di un cantiere sopraelevato. Fra i due nascerà un’intesa frutto non solo dell’emarginazione, ma anche di un’insospettabile consonanza di vedute.

Che Rubini, alla sua 14esima regia, abbia le idee chiare si capisce da due scelte iniziali.

La prima è quella di far precedere la narrazione dalle immagini della fabbrica dell’Ilva, con le sue fornaci e le sue ciminiere fumanti, mescolandole alle immagini del fuoco “purificatore” acceso da Cervo Nero: inferno e praterie celesti, distruzione e devozione, peccato e redenzione. La seconda scelta fortemente simbolica è quella di ambientare quasi tutta la storia sui tetti di Taranto, in una ricerca visiva di elevazione fisica e spirituale: tutta la parabola (è il caso di dirlo) di Tonino e Renato si consuma nella verticalità, in ascese celestiali e rovinosi schianti a terra – quella terra avvelenata dalle fabbriche e infestata dalla malavita. Anche le ciminiere dell’Ilva incombono grazie alla loro altezza, che si erge arrogante sopra il livello del mare tarantino.

Tonino e Renato sono l’uno l'”uomo del destino” dell’altro perché attraverso il loro rispecchiarsi si accende la loro luce interiore, quella luce che lotta contro il buio circostante: la fotografia di Michele D’Attanasio è intenzionalmente livida e fosca, la scenografia di Luca Gobbi è lurida e monocromatica.

Le musiche di Ludovico Einaudi sottolineano ogni passaggio (a volte troppo platealmente) e la regia di Rubini passa dalle lunghe scene di dialoghi (ben scritti da lui stesso insieme a Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini) dal forte impianto teatrale, a sequenze movimentate di fuga, caccia all’uomo e colluttazioni violente, senza risparmiarci l’orrore e il disgusto.

Su tutto però dominano l’afflato poetico stralunato e il realismo magico che sono cifre distintive del suo cinema sempre in bilico fra materia e spirito, fra concretezza anche gretta e allucinazione sempre nobile. Il grande spirito è dunque una storia di miseria e nobiltà, con una grande attenzione all’elemento polisensoriale: il suono, in particolare, è molto curato, dal lamento gutturale di un malato costretto al ricovero forzato al ticchettio di una mano nervosa.

La questione dell’Ilva resta saggiamente sullo sfondo, ma permea – come un veleno silenzioso e letale – tutta la storia: le esistenze miserabili, la decimazione degli “indiani”, la rabbia (mal) repressa, l’orizzonte forzatamente (de)limitato.

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Consiglio letterario: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon

Quando scopre il cadavere di Wellington, il cane barbone della vicina, Christopher Boone capisce di trovarsi davanti a uno di quei misteri che il suo eroe, Sherlock Holmes, era così bravo a risolvere. Perciò incomincia a scrivere un libro mettendo insieme gli indizi del caso dal suo punto di vista.

E il suo punto di vista è davvero speciale. Perché Christopher è autistico e ha un rapporto molto problematico con il mondo. Odia essere toccato, odia il giallo e il marrone, non mangia se cibi diversi vengono a contatto l’uno con l’altro, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso degli altri, non sorride mai. Adora la matematica e l’astronomia, e uno dei suoi pensieri preferiti è immaginare di essere l’ultimo uomo sopravvissuto sulla Terra, o l’unico marinaio a bordo di un sottomarino nelle profondità dell’oceano.

Scrivendo il suo libro giallo, e ripensando a romanzi come Il mastino dei Baskerville, Christopher inizia a far luce su un mistero ben più importante di quello del cane barbone. Come è morta sua madre? Perché suo padre non vuole che lui faccia troppe domande ai vicini? Per rispondere a queste domande dovrà intraprendere un viaggio iniziatico in treno e in metropolitana, in luoghi e situazioni che prima di allora avrebbe trovato intollerabili, approdando a una sorta di età adulta, orgoglioso di sapersi muovere nel mondo caotico e rumoroso degli altri.

Mark Haddon
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Giulio Einaudi Editore
pp. VI – 248
€ 16,00


La recensione di Erica Casale tratta dal sito www.iltascabile.com

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” esce nel 2003 a firma di Mark Haddon, diventa un caso editoriale e col tempo si trasforma in un long seller. Christopher, un quindicenne con la sindrome di Asperger, cerca di scoprire chi abbia ucciso il cane della vicina di casa, scombina la propria routine e finisce per scoperchiare una coltre di segreti famigliari. Lo stile è scorrevole e diretto e l’empatia col protagonista e narratore è immediata: Haddon riproduce lo schema di ragionamento, le difficoltà in cui incorre quando cerca di interpretare gli stimoli esterni, l’incapacità di mettere a fuoco le proprie emozioni e di stabilirne le cause.

Il romanzo inizia immediatamente con la scena promessa dal titolo; Christopher incappa nel cadavere del cane della vicina, sgozzato. Piange, urla, ha una crisi. La vicina chiama la polizia, la polizia non ha idea di come gestirlo e lo arresta. Il padre lo raggiunge alla stazione di polizia, visibilmente preoccupato – il figlio adolescente nelle mani della polizia, incapace di spiegarsi e di comportarsi correttamente. Quando tornano a casa, Christopher gli chiede se sia triste per la morte del cane:

Rimase a osservami a lungo, trattenendo il fiato. Poi biascicò: – Sì, Christopher, diciamo di sì. Sì, mettiamola così.Decisi di lasciarlo solo perché quando io sono triste voglio essere lasciato solo. Non dissi una parola. Andai in cucina, mi preparai l’aranciata e salii in camera mia.

Christopher non coglie quanto sia evasiva la risposta del padre, né quest’ultimo si preoccupa di nasconderglielo. Invece di cercare di tirargli su il morale offrendogli la sua compagnia, decide di defilarsi, in quello che per lui è un chiaro gesto di premura. Sa che una persona arrabbiata urla e che una persona triste piange, ma la sua capacità di interpretare le emozioni altrui non va molto oltre. Dà per scontato che il mondo interiore del padre somigli al suo, e incapace di leggere gli stimoli emotivi del mondo esterno, proietta il proprio funzionamento emotivo sugli altri.

Le sue giornate sono prevedibili e accuratamente pianificate. Le sue fissazioni riempiono i suoi pomeriggi altrimenti poveri di amici e interazioni. E tuttavia non si ha l’impressione che la sindrome abbia tolto tutto a Christopher; adora i romanzi gialli e vuole scriverne uno. Gli piacciono gli indovinelli matematici, e vanta un’eccellente capacità di calcolo che lo fa rientrare nella categoria di savant. Se non sapessimo che soffre della sindrome di Asperger, lo troveremmo spesso crudele, perché appare del tutto ignaro e perfino ingrato rispetto ai sacrifici che vengono fatti per lui e all’affetto incondizionato del padre. Christopher è egoista, perché le esigenze del mondo esterno non riescono a raggiungerlo. Non è incapace di sentire, quanto di elaborare quello che sente, ed è anche attraverso questo scollamento tra le difficoltà con cui Christopher si trova a confrontarsi e l’incapacità di riconoscerle come combustibile dei suoi stati d’animo, che Haddon riesce a raccontarci con efficacia il paradosso emotivo della vita di un autistico.

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Niente integralismi sui nuovi Piani Educativi Individualizzati

La pubblicazione dei nuovi modelli di PEI (Piano Educativo Individualizzato) sta sollevando un dibattito interessante, che deve andare oltre alle posizioni aprioristiche del “tutto giusto” o “tutto sbagliato” per approfondire una questione complessa con spirito costruttivo. Non si può, per esempio, giudicare la bontà di un provvedimento sulla base del fatto che, se male applicato, possa portare a emarginazione ed esclusione. Le scuole dove di fatto esistono le “classi differenziate” purtroppo esistono già, anche sul nostro territorio. Le “aulette sostegno”, che siano poco più che sgabuzzini o ampie aule con attrezzature informatiche di ultima generazione, possono essere al tempo stesso luogo tranquillo e necessario per alcuni alunni con disabilità o luoghi di esclusione ed emarginazione nei quali la scuola cerca di sopperire a tutte le sue carenze strutturali, di organico e organizzative.

Riportiamo, a questo proposito, un articolo molto esaustivo di Salvatore Nocera della FISH, pubblicato sul portale superando.it.


La pubblicazione dei nove documenti normativi concernenti i nuovi modelli di PEI (Piano Educativo Individualizzato) per gli alunni e le alunne con disabilità in forma elettronica, ispirati all’ICF [Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], stanno determinando delle reazioni che non esiterei a definire manichee o integraliste. Infatti, se da più parti alcuni studiosi e operatori della scuola li osannano come una grande conquista pedagogica epocale, altri studiosi e operatori scolastici, come i componenti del Direttivo del CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno), ne parlano malissimo, su queste stesse pagine, attaccando in tal modo la stessa FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), “rea”, sempre su queste pagine, di averne dato una valutazione prudente.

Questa, sostanzialmente, è l’accusa che è stata mossa: che all’interno dei nuovi dettati normativi previsti nel PEI è prevista la possibilità di esonero parziale, per alcune ore, dalla frequenza scolastica degli alunni con situazioni più complesse. Addirittura, il CIIS ha lanciato l’allarme, ipotizzando il ritorno alle “classi speciali” attraverso l’uscita permanente dall’aula degli alunni con disabilità insieme agli insegnanti di sostegno.
Ora, che esista la possibilità che vi siano scuole in cui tali prassi possano verificarsi, a causa dell’impreparazione e della mancata conoscenza delle norme da parte di alcuni Dirigenti Scolastici, ciò è sicuramente vero. E tuttavia tali casi sono stati denunciati in passato e talvolta anche perseguiti giudizialmente. Ma da qui a dire che siamo ritornati a cinquant’anni fa, molto ce ne corre.

In verità, già Dario Ianes e Andrea Canevaro, figure fondamentali per l’inclusione scolastica nel nostro Paese, avevano denunciato in una loro ricerca di alcuni anni fa che man mano si proceda dal primo all’ultimo anno delle scuole superiori, si riduce anche il numero delle ore di presenza in classe degli alunni con disabilità più complesse. Ma è pur vero che questa è la conseguenza del venir meno della spinta propulsiva di cinquant’anni fa, quando ebbe inizio il movimento irrefrenabile dell’inserimento, poi dell’integrazione, infine dell’inclusione, che ha determinato forti innovazioni nel mondo della scuola.
Purtroppo, dall’inizio del nuovo millennio si sono ridotte le risorse finanziarie pubbliche a favore del mondo scolastico, sono cambiate le famiglie e gli operatori scolastici e i nuovi docenti curriculari non hanno avuto alcun tipo di formazione iniziale sulle didattiche inclusive, delegando ai soli docenti di sostegno la presa in carico dei progetti inclusivi.
La stessa opinione pubblica, a partire dagli Anni Ottanta, ha rivolto la propria attenzione altrove, considerando che dopo l’approvazione di un’ampia normativa e di giurisprudenza in materia, non ci fossero più problemi. Le Associazioni, invece, hanno continuato a seguire la situazione, stimolando spesso l’Amministrazione Scolastica e il Parlamento a migliorare la normativa.
È anche questo il caso dei nuovi modelli di PEI, previsti nel Decreto Legislativo 66/17, alla cui formulazione la FISH ha contribuito, anche se tutte le sue proposte non sono state accolte. Ecco perché abbiamo dato un giudizio prudente, approvando i contenuti introdotti, ma evidenziando ciò che ancora manca o che non è ancora sufficientemente chiaro.
E tra coloro i quali hanno accolto con giudizio favorevole i nuovi dettati normativi, ci sono autorevoli studiosi, come il già citato Dario Ianes, docente all’Università di Bolzano e cofondatore del Centro Studi Erickson, e Raffaele Ciambrone, dirigente del Ministero dell’Istruzione, il quale ritiene, pur criticando gli estimatori acritici dell’impianto del modello ICF, che i nuovi PEI possano contribuire a migliorare la qualità dell’inclusione scolastica.

E in ogni caso, ricordo in conclusione, l’articolo 21 del Decreto Interministeriale 182/20, che trasmette tutti i modelli dei nuovi PEI, stabilisce che alla fine delle lezioni, verso il mese di maggio gli Allegati al provvedimento possano essere corretti e integrati.
La FISH e quanti sono di buona volontà si adopereranno, dunque, per formulare delle proposte di modifica e chiarimenti da sottoporre al parere dell’Osservatorio Ministeriale sull’Inclusione Scolastica, affinché il Ministero, d’intesa con quello dell’Economia e delle Finanze, vogliano apportare le necessarie modifiche correttive.


Per chi vuole saperne di più… Saranno Dario Ianes, Flavio Fogarolo e Sonia Cramerotti, curatori della guida “Il nuovo PEI (Piano Educativo Individualizzato) in prospettiva bio-psico-sociale ed ecologica. I modelli e le Linee guida del Decreto interministeriale n. 182 29/12/2020 commentati e arricchiti di strumenti ed esempi”, ad animare nel pomeriggio del 25 gennaio il seminario in rete promosso dal Centro Studi Erickson, intitolato “Nuovo PEI: che cosa cambia?”

Per iscriversi (gratuitamente) al webinar del 25 gennaio, accedere a questo link.