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L’intervento di Giancarlo D’Errico all’incontro pubblico organizzato da Stefano Lo Russo

Giancarlo D’Errico, presidente di Anffas Torino, è intervenuto all’incontro pubblico organizzato da Stefano Lo Russo, candidato a Sindaco di Torino per il Partito Democratico, sul tema “La città delle reti e della comunità. Salute, sport, welfare, economia sociale, collaborazione pubblico e privato”.

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Considerazioni per un welfare attuale ed efficace a livello nazionale, regionale e cittadino

PREMESSA

La Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità è diventata legge della Repubblica Italiana con la legge n.18 del 3 marzo 2009. In attuazione di tale normativa, nel mese di dicembre 2017 il Governo italiano ha adottato il “Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità”. Tale atto prevede otto azioni sui temi più rilevanti per la qualità della vita delle persone con disabilità, la cui attuazione dovrà essere assunta come priorità dalle Regioni e dagli Enti locali. Da sottolineare il cambio di modello di riferimento, da quello medico-legale a quello bio-psico-sociale, che si coniuga in maniera perfetta con quanto previsto dalla riforma del terzo settore in ordine a co-programmazione (rilevazione e definizione dei bisogni e dello stato delle cose) e co-progettazione (definizione e organizzazione delle azioni per l’intervento su quanto co-programmato).

La Regione Piemonte dovrà adottare pertanto un suo specifico programma di azione per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità in coerenza con il programma e con le politiche regionali. Tale programma dovrà prevedere, per esempio, specifiche regolamentazioni e incentivi sull’accessibilità culturale, che legata al turismo è in grado di ampliare in modo massiccio l’offerta di inclusione sul territorio.

Abbiamo quindi apprezzato l’attivazione del Tavolo regionale della disabilità, partecipato dalle associazioni maggiormente rappresentative (FISH Piemonte e FAND) e finalizzato alla definizione, realizzazione e monitoraggio del programma d’azione regionale, con il coinvolgimento di tutti gli assessorati interessati.

Da una semplice analisi della fase congiunturale particolarmente negativa a livello economico, deriva l’impressione che si allarghi sempre di più la forbice tra bisogni sociali, in continua crescita, e le risorse finanziarie da destinare ai servizi di welfare, che seguono da tempo un trend decrescente. La società odierna vive una situazione di forte instabilità socio-economica che la porta per un verso a enfatizzare il parametro del PIL e il concetto di “crescita economica” intesa in termini esclusivamente numerici e non qualitativi; per l’altro verso, a subire passivamente la maggiore vulnerabilità di singole persone e interi gruppi sociali. La pandemia, i cui effetti non ci lasceranno tanto presto, ha complicato ulteriormente la situazione. In questo contesto, le associazioni che rappresentano le persone con disabilità e le loro famiglie non possono rimanere semplici spettatori delle scelte che le coinvolgeranno direttamente.

Occorre ripensare e riformare il sistema di erogazione dei servizi, trovando formule nuove per coniugare efficienza ed efficacia, e individuare le traiettorie lungo le quali si orientino le nuove politiche di welfare, con l’obiettivo di accrescere la qualità della risposta rispetto al bisogno espresso dal cittadino e dunque l’efficacia dell’intervento, riducendo al contempo i costi dei servizi. Le iniziative da attivare devono essere finalizzate alla riduzione al minimo della necessità di interventi specifici di assistenza, nella convinzione che tutte le persone (e quindi anche coloro che si trovano in difficoltà personale a causa dell’età, della condizione fisica e/o intellettiva, della limitazione della loro autonomia) abbiano diritto a usufruire dei servizi predisposti per tutti i cittadini, senza tralasciare i servizi culturali.

La complessità delle risposte che il territorio richiede e l’aumento della domanda di accesso ai servizi evidenziano che i bisogni delle persone non possono essere interamente soddisfatti dal solo sistema dei servizi istituzionali, se non attraverso il coinvolgimento degli altri soggetti che insistono sul territorio e ne utilizzano infrastrutture e risorse: sistema delle imprese, tessuto economico-produttivo. È indispensabile pensare, definire e adottare un modello di assunzione di corresponsabilità che coinvolga istituzioni, profit e non profit (enti del terzo settore), ricorrendo alla co-progettazione e alla co-programmazione. Bisogna definire nuove modalità di funzionamento dei servizi e più in generale delle politiche pubbliche (incluse quelle culturali), che devono essere strutturate in modo da risultare sinergiche e complementari; occorre dare corpo alla Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) delle organizzazioni profit e rendere operativo il principio di rappresentanza delle associazioni per le scelte che si dovranno fare.

Un esempio di questo nuovo modo di fare welfare è quello di qualificare – anche per legge – le politiche sociali e culturali come “investimenti” e non spese di natura corrente e quindi improduttive.

Oggi più che mai è necessario superare la logica di gestione centrata sul procedimento amministrativo, per acquisire processi di gestione orientati al cittadino inteso come consumatore e cliente, valorizzando il capitale territoriale e migliorando gli strumenti di partecipazione diretta del cittadino ai processi pubblici.

Le parole chiave in questo quadro complesso sono diritto di rappresentanza, governance, sussidiarietà, solidarietà, partecipazione, fruibilità, partnership “profit-non profit-pubblico”, responsabilità sociale dell’impresa, diritti esigibili, capitale territoriale, efficienza ed efficacia, riforma del sistema dei servizi, inclusione e accessibilità culturale.

 

CITTA’ DI TORINO

La storia di Torino riporta una tradizione di interventi ed elaborazioni che hanno fatto della nostra città un esempio di avanguardia nell’idea e nella pratica dell’integrazione e dell’inclusione. La città rappresenta circa il 40% della Regione Piemonte in termini di persone con disabilità, numero ed entità degli interventi, cifre stanziate nel welfare ecc., pur avendo le dinamiche proprie di un’area metropolitana: per questa ragione Torino può e deve essere il luogo di sperimentazione e applicazione di nuovi modelli di riferimento.

Gli argomenti che coinvolgono le persone con disabilità e le loro associazioni di rappresentanza (nello specifico di Anffas, disabilità intellettive e relazionali) non sono diversi da quelli che interessano tutti gli altri cittadini, con la specificità della necessità di “sostegni” che permettano di raggiungere una qualità della vita pari a quella degli altri cittadini. Per la corretta attuazione delle linee di indirizzo sopra riportate, occorre che i soggetti pubblici competenti destinino – con ordine di priorità – i finanziamenti necessari alle attività che incidono sulla vita delle persone con disabilità e sulle cure socio-sanitarie delle persone non autosufficienti. Non si tratta solo di scelte economiche, ma di scelte politiche che – se non vogliono essere pura propaganda – devono essere accompagnate dalle risorse necessarie alla loro realizzazione.

 

AMBITI DI INTERVENTO

Per capitoli, indichiamo i settori su cui è possibile intervenire con le prerogative e le possibilità della città. Partendo dall’elemento che riteniamo centrale, il lavoro.

LAVORO – Le politiche attive non sono solo sussidi, ma anche ricerca di nuovi modelli attrattivi per creare occasioni e mantenerle nel tempo: meno tirocini, più progetti sostenibili e praticabili in sinergia con le imprese. Il ruolo della città nel creare attrattività per il sistema delle imprese attraverso la modulazione delle proprie possibilità di governo e gestione del territorio è unico.

Qualche proposta concreta:

  • le associazioni dovrebbero avere diritto di rappresentanza negli organismi di regolazione della materia, come la Commissione regionale di concertazione;
  • vanno promosse sperimentazioni volte a testare nuovi modelli per assolvere l’obbligo di assumere persone che appartengono ad alcune categorie protette per le aziende con più di 50 dipendenti (legge 68/99), che non è facoltativo ma cogente, primo fra tutti la piena e corretta applicazione dell’art. 14 della L.276/2003, secondo la quale i servizi competenti e le parti sociali possono definire convenzioni quadro aventi a oggetto il conferimento di commesse di lavoro alle cooperative sociali medesime da parte delle imprese associate o aderenti;
  • è necessario dare corso a tutte le possibilità in ambito europeo che supportino politiche attive del lavoro e formazione professionale rivolte alle persone con disabilità.

FORMAZIONE PROFESSIONALE – Il sistema formativo deve essere coerente con i bisogni e le possibilità delle persone con disabilità e non standardizzata, per strutturare una capacità lavorativa spendibile e appetibile dal mercato del lavoro; deve coinvolgere le famiglie, primo fattore di tenuta del progetto lavorativo (la presa in carico deve coinvolgere la famiglia insieme alla persona con disabilità e gestire l’intero contesto ambientale, interno ed esterno al posto di lavoro); deve essere specializzata e coordinata con il sistema delle imprese, per rispondere alle reali opportunità di lavoro da destinare alle persone con disabilità.

Programmi, strumenti e metodi di insegnamento devono essere appositamente pensati e strutturati per le persone con disabilità. Nel capitolo formazione rientrano anche i percorsi dedicati agli operatori del settore.

ISTRUZIONE – È ormai indiscutibile che il diritto allo studio e agli interventi relativi all’integrazione scolastica degli allievi con disabilità devono essere garantiti. Ma riteniamo altresì che le persone con disabilità e le loro famiglie debbano essere informate e orientate già dalla definizione del percorso scolastico o di addestramento professionale, elementi fondamentali per costruire un progetto di vita individuale.

CULTURA – È un diritto generale, la cultura deve essere accessibile, fruibile, prodotta e vissuta direttamente anche dalle persone disabili, con l’eliminazione di tutte le barriere esistenti, non solo quelle architettoniche. L’utilizzo degli strumenti disponibili, in primis quelli tecnologici, è un’opportunità da sviluppare e promuovere per diffondere la cultura dell’accessibilità e anche per creare nuove professionalità.

Sport e tempo libero seguono gli stessi principi. Alcune proposte concrete a tal proposito:

  • attivare iniziative volte alla fruibilità degli impianti sportivi e all’esercizio degli sport (formazione squadre, formazione istruttori, sovvenzione delle società sportive);
  • attivare iniziative volte alla fruibilità dell’ambiente e della natura, come l’attivazione di percorsi di conoscenza e avvicinamento a piante e animali.

CASA – Come per tutti è un diritto, che deve essere esercitato nell’ambito del “progetto di vita individualizzato” di ogni persona con disabilità, come prescritto dalla legge.

 MOBILITA’ – Fattore non secondario per la crescita e l’affermazione della cultura dell’inclusione, il diritto alla mobilità fa riferimento al diritto alla fruizione di un ambiente pienamente accessibile (superamento delle barriere architettoniche, percettive e della comunicazione, come da legge 104 “per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con disabilità”) e al trasporto in condizione di parità con tutti. In particolare, il Piano regionale e cittadino dei trasporti devono garantire il diritto al trasporto accessibile.

TUTELA DELLA SALUTE E POLITICHE SOCIALI – Alla città spettano la responsabilità del benessere sanitario e sociale dei suoi cittadini, di tutti i suoi cittadini, e il compito di rimuovere gli ostacoli alla corretta tutela della salute. Il diritto all’autodeterminazione delle persone con disabilità, sancito dalla già citata Convenzione Onu, comprende i diritti alla cura, alle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie e alla continuità terapeutica.

Questo comporta il ripensamento e l’adeguamento qualitativo dei servizi alla persona. A questo proposito vale il principio del “nulla che ci riguardi può essere fatto senza di noi”: deve essere avviato un percorso congiunto tra amministrazione e associazioni di rappresentanza per la definizione di modelli condivisi e di percorsi certi nei modi e nei tempi, per affrontare i vari aspetti della sanità e dell’assistenza (diagnosi precoce e interventi relativi, progetto individualizzato, domiciliarità, vita indipendente, durante e dopo di noi, non autosufficienza, applicazione dei LEA, definizione dei parametri ISEE ecc.) e arrivare a strutturare un welfare moderno ed efficace

PROGETTI DI VITA INDIPENDENTE – Promuovere e sostenere l’aumento della capacità di autonomia delle persone con disabilità vuol dire, sul medio e lungo periodo, avere una migliore e più efficace spesa socio-sanitari e quindi più benessere delle persone stesse.

DURANTE E DOPO DI NOI – La nostra città, come tutta l’Italia, sconta un invecchiamento della popolazione, anche di quella disabile. Il “dopo di noi” – ovvero organizzare la vita delle persone con disabilità per quando si troveranno senza il loro principale sostegno, quello dei genitori – è un problema non più differibile, che deve essere affrontato con il contributo delle persone con disabilità e loro famiglie, e secondo una programmazione costante.

 

MODALITA’ DI INTERVENTO

Tali punti programmatici devono essere affrontati con una logica che includa:

  • appropriatezza dell’intervento, conoscenza di problematiche e possibilità, scelte politiche attive;
  • risorse, non solo finanziarie (che sono necessarie e devono essere adeguate) ma anche umane, servono professionisti che siano competenti e rispondano delle loro azioni;
  • azioni e interventi a sostegno della disabilità che, da un lato, soddisfino le esigenze di tutti i cittadini che manifestano un bisogno in questo ambito e, dall’altro, siano investimenti con una ricaduta economica, sociale e culturale positiva (e non semplici consumatori di risorse);
  • coerenza con quanto previsto in ordine alla co-progettazione e co-programmazione tra istituzioni, profit e non profit, un modello obbligatorio con la riforma del terzo settore, ma di grande respiro se correttamente praticato.

Ritorniamo, in chiusura, sulle risorse: la difficoltà a “fare le cose” dipende, in gran parte, dalla loro mancanza. Chiediamo che le risorse storicamente destinate all’assistenza e al sistema del welfare tali restino; ulteriori risorse, necessarie al miglioramento del livello qualitativo e quantitativo degli interventi, possono derivare dalla messa a reddito del patrimonio pubblico non utilizzato e da interventi del mondo profit per la responsabilità sociale dell’impresa sui territori.

 

TAVOLO CITTADINO SULLA DISABILITA’

I settori e le modalità di intervento fin qui esposti sono rivolti alla redazione di una road map, coniugata a un’agenda che detti tempistiche precise, secondo la quale affrontare le priorità condivise dai partecipanti a un Tavolo cittadino sulla disabilità, che andrebbe istituito all’indomani delle elezioni per garantire la strutturazione, la corretta attuazione e la puntuale verifica di una seria e lungimirante politica di sostegno alle persone con disabilità e alle loro famiglie. È questo il luogo deputato alla co-progettazione e alla co-programmazione tra Città di Torino, associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità e imprese.

Il Tavolo cittadino deve ricalcare quello regionale come partecipazione, composizione e tematiche affrontate, e con esso confrontarsi e coordinare le politiche sulla disabilità.

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Autismo, in Piemonte 100 nuovi casi l’anno

Il Piemonte è una delle poche Regioni in Italia con un Centro per l’autismo degli adulti, ma con 100 nuove diagnosi ogni anno il fenomeno è in forte crescita e manca una rete di assistenza adeguata sul territorio.

“Il Centro per gli adulti con autismo di Torino segue 750 persone ed ha liste di attesa lunghe fino a 12 mesi perché manca il personale – ha riferito Benedetta De Marchis, presidente del Coordinamento Autismo Piemonte, ascoltata oggi in Commissione Sanità (presidente Alessandro Stecco) – Negli altri territori della regione non si è riusciti ad organizzare équipe dedicate in grado di rispondere alle necessità di questa condizione così complessa. Le famiglie di queste persone adulte con autismo si sentono abbandonate, in casi estremi si ricorre al ricovero e ai sedativi”.

Al Coordinamento Autismo Piemonte fanno capo 20 associazioni in rappresentanza di circa mille famiglie che ogni giorno si occupano di un adulto con diagnosi da autismo. Oltre a Torino soltanto a Castellamonte opera un altro centro per autistici adulti che segue 180 casi ma ha soltanto uno psichiatra in servizio un giorno a settimana.

Gli auditi in Commissione Sanità hanno denunciato che anche la situazione della neuropsichiatria infantile è molto peggiorata in questo periodo di pandemia: c’è un notevole problema di personale e di formazione specifica, inoltre quando i ragazzi autistici compiono 18 anni non riescono più a essere seguiti adeguatamente.

Roberto Keller, referente del Centro autismo per adulti della Regione Piemonte, ha spiegato: “Il nostro Centro è stato attivato da più di 10 anni, in altre regioni non c’è affatto. Il fenomeno clinico però in costante crescista: c’è un caso ogni 54 persone. I costi sono molto alti: da 5 a 10 mila euro al mese a persona. Sono costi insostenibili: l’unico modo per gestire il fenomeno è attivare interventi territoriali con tutte le risorse necessarie”.

“Adesso tra le risorse messe a disposizione dal Recovery Plan – ha proseguito il dottor Keller –  c’è un fondo di 50 milioni di euro dedicati all’autismo, di cui il 25% espressamente destinato ai servizi rivolti alla fascia adulta che andranno suddivisi tra le regioni”.

Giancarlo D’Errico, vice presidente FISH Piemonte (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ha sottolineato la necessità di utilizzare metodi di co-progettazione per arrivare ad un reale coordinamento con i territori provinciali.

Arianna Porzi, vicepresidente del Coordinamento, ha parlato del Centro di Castellamonte: “Uno psichiatra con sei ore a settimana deve seguire 180 casi: non è stato fatto un investimento nella formazione. Abbiamo chiesto più volte un aggiornamento delle normative. Per fortuna la rete associativa piemontese ha creato alcune équipe specializzate ma sono private: c’è bisogno di convenzioni per evitare che le famiglie si svenino per avere i servizi”.

I consiglieri Silvio Magliano (Moderati), Domenico Rossi (Pd), Andrea Cane (Lega), Monica Canalis (Pd) e lo stesso presidente Alessandro Stecco (Lega) hanno chiesto chiarimenti sulla situazione del servizio per l’autismo degli adulti soprattutto nei piccoli centri, sulla quantità di personale impiegato e soprattutto sulle esigenze di coordinamento territoriale e di collaborazione tra il Tavolo per la disabilità e quello per l’Autismo.

Fonte: comunicato stampa della Regione Piemonte

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Positivi al Covid-19 sei utenti e due operatori della RSD di via Fiesole. D’Errico: “Cosa aspettiamo a vaccinarli?”

Sei utenti e due operatori del centro residenziale per persone con disabilità di via Fiesole, gestito da Anffas Torino, sono risultati positivi al Covid-19 in base ai tamponi molecolari effettuati con urgenza tra ieri sera e questa mattina, in seguito alla febbre e al malessere manifestati da una ospite. I protocolli di sicurezza si sono attivati immediatamente, ma l’esito dei tamponi ha fatto scattare l’allarme anche per gli altri utenti (in tutto sono 12) e gli operatori che li assistono.

Allarme e rabbia, perché questo ennesimo dramma si poteva, anzi si doveva evitare. “Ma vi immaginate – tuona Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino – l’angoscia che stanno vivendo queste persone, le loro famiglie, tutti gli altri ospiti e anche noi operatori? Vi immaginate cosa vorrebbe dire per un ragazzo autistico o per una ragazza Down essere intubati in ospedale? E non voglio neanche pensare a esiti ancora più drammatici. Chiedo senza giri di parole a chi ha la responsabilità di rispondere, il presidente Cirio e l’assessore Icardi: vogliamo aspettare che la situazione peggiori ulteriormente per capire che vaccinare le persone con disabilità è una priorità assoluta? Anche più, con tutto il rispetto, degli studenti attesi dalla maturità?”

Il riferimento è all’ipotesi di vaccinare i 35mila studenti all’ultimo anno delle superiori avanzata dal presidente Alberto Cirio al governo, ieri a Roma durante l’incontro con il generale Figliuolo, commissario per l’emergenza Covid. “Sarei felicissimo se gli studenti potessero vaccinarsi – continua D’Errico – per sostenere la maturità in presenza, anche nelle nostre famiglie ci sono ragazzi e ragazze attesi da questo importante passaggio. Ma, ancora una volta, il problema è stabilire le priorità, perché c’è chi rischia di morire, senza vaccino. Genitori e figli che non si vedono da più di un anno, senza vaccino”.

“Anzi, dirò di più: si tratta di rispettare le priorità già dettate dall’agenda vaccinale – conclude Giancarlo D’Errico – dando la precedenza agli anziani e alle persone fragili. La Regione Piemonte, in ritardo e solo dopo le nostre pressanti sollecitazioni, aveva annunciato in pompa magna che da metà marzo sarebbero partite le vaccinazioni dei 6000 ospiti dei centri residenziali e diurni: ad oggi nelle tre strutture che noi gestiamo a Torino siamo fermi a zero. Neanche gli operatori sono vaccinati, perché non sono considerati sanitari. E già allora avevamo segnalato che sono da vaccinare con urgenza anche le migliaia di persone con disabilità che non vivono in struttura e i loro caregiver familiari: su questo aspetto continua un silenzio assordante. Chiedo ancora una volta: cosa stiamo aspettando?”

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Progetti della Regione Piemonte per il Recovery Plan, troppo pochi 9.5 milioni (su 13 miliardi) per le fasce più deboli della popolazione

Comunicato stampa 

In merito ai progetti presentati dalla Regione Piemonte per il “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ovvero il Recovery Plan, le tre associazioni che dallo scorso dicembre siedono al Tavolo regionale permanente sulle disabilità coordinato dall’Assessore alle Pari Opportunità Chiara Caucino – FISH Piemonte, Federazione Italiana per il Superamento Handicap; FAND Piemonte, Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità; Anffas Piemonte, associazione delle famiglie di persone con disabilità intellettiva e disturbi del neuro sviluppo – sono concordi nell’esprimere profonde perplessità di merito e di metodo.

Il merito, prima di tutto. Degli oltre 13 miliardi di euro di investimenti previsti dal piano, che riguarda la programmazione 2021-2027, solo 9.5 milioni interessano l’attuazione di “un nuovo piano sociale nazionale per le fasce vulnerabili, child guarantee e vita indipendente delle persone con disabilità”. Una cifra troppo bassa per rispondere alle esigenze delle fasce più deboli della popolazione, che hanno pagato gli effetti economici e sociali della pandemia come – se non di più – di altri settori, considerati con maggiore attenzione nei progetti di rilancio.

Ma anche il metodo è importante. Le associazioni che rappresentano le persone con disabilità (che la Regione Piemonte conosce bene visto che le ha coinvolte nel suddetto Tavolo regionale permanente sulle disabilità) non sono state coinvolte nella stesura dei progetti, neanche in un ruolo meramente consultivo. Non solo, in occasione dell’incontro “Piemonte cuore d’Europa”, tenuto ieri, in cui è stato presentato il piano, è stato negato loro il diritto di intervenire per esprimere le proprie perplessità. A rappresentare il terzo settore sono state chiamate solo le cooperative, come se l’ampio e variegato mondo del volontariato e del non profit non esistesse in altra forma. Anche questo è inaccettabile.

La nostra protesta, sia chiaro, non vuole essere un lamento fine a sé stesso. Finché c’è tempo di rivedere le linee di programmazione e i progetti specifici che compongono il Recovery Plan, FISH Piemonte, FAND Piemonte e Anffas Piemonte si dichiarano disponibili a fare la loro parte con spirito collaborativo e costruttivo: le idee non ci mancano.

Vittorio Ghiotti, presidente FAND Piemonte
Pericle Farris, presidente FISH Piemonte
Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Piemonte

 

 

 

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Covid: Nel nuovo DPCM inserita possibilità per i caregiver di assistere pazienti con disabilità in ospedale

Bastano poche righe per segnare un traguardo, un cambiamento tanto atteso: è il caso del comma 5 dell’articolo 11 del nuovo Dpcm, che per la prima volta riconosce al caregiver la possibilità di prestare assistenza in ospedale alla persona con disabilità. “È fatto divieto agli accompagnatori dei pazienti di permanere nelle sale di attesa dei dipartimenti emergenze e accettazione e dei pronto soccorso (DEA/PS), salve specifiche diverse indicazioni del personale sanitario preposto”, si legge nel testo, che però introduce una importante “eccezione per gli accompagnatori dei pazienti in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, che possono altresì prestare assistenza anche nel reparto di degenza nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura”.

Soddisfatta la ministra per le disabilità Erika Stefani, per “gli specifici segnali di attenzione per le persone con disabilità inseriti nelle nuove misure previste nel nuovo Dpcm sull’emergenza Covid-19, tra cui la possibilità per gli accompagnatori di poterle assistere anche nei reparti di pronto soccorso e di degenza delle strutture ospedaliere – commenta – Per troppi mesi – ricorda – le persone con disabilità e i loro familiari hanno dovuto fare i conti con la paura del ricovero, vivendo l’angoscia di un possibile e talvolta reale abbandono. Ho proposto – ha spiegato Stefani – al governo di intervenire, considerando il prezioso ruolo del caregiver che assicura alla persona con disabilità assistenza e sostegno, nel quadro di un rapporto di reciproca conoscenza, confidenza ed affidamento unico ed insostituibile. Per questo – conclude – ringrazio il presidente Draghi e il ministro Speranza per la sensibilità dimostrata”.

Fonte: www.redattoresociale.it

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A marzo la vaccinazione delle persone con disabilità. D’Errico: “Vaccinare tutti”

«I primi di marzo – sottolinea l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Luigi Genesio Icardi – partiremo con la vaccinazione delle persone disabili a cominciare dai circa 6.000 ospiti delle strutture residenziali e semiresidenziali ai quali verranno somministrati i vaccini Pfizer e Moderna».

Così si legge nel comunicato stampa diffuso ieri dalla Regione Piemonte in merito alla situazione sanitaria della nostra regione, alla diffusione del virus Covid-19 e campagna di vaccinazione.

«È un buon inizio – commenta Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino – ma è solo un inizio. Le persone con disabilità devono essere considerate al pari degli altri soggetti a rischio. Mi spiego: per quanto riguarda le persone anziane, sono stati vaccinati gli ospiti delle RSA e ora si sta procedendo con chi è fuori dalle strutture. Allo stesso modo, va bene iniziare con le strutture diurne e residenziali per disabili, ma bisogna procedere contemporaneamente la vaccinazione delle persone con disabilità che sono a casa loro. Esattamente come è stato dichiarato, ovvero “i disabili saranno vaccinati contemporaneamente agli anziani con priorità ai più a rischio”».

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Campagna Anffas nazionale: “Contro il Covid-19: IO MI VACCINO!”

L’attuale pandemia da Covid-19, tra le altre terribili conseguenze, ha costretto tutte le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo a cambiare la propria quotidianità: a causa dell’interruzione forzata dei servizi e delle strutture che se ne prendevano cura, sono state infatti costrette nella maggior parte dei casi a restare isolate in casa per mesi con il terrore, proprio e dei loro cari, di venire contagiate dal virus e di perdere la vita.

In questo contesto, la vaccinazione contro il Covid-19 rappresenta pertanto il principale strumento al momento disponibile che permetterà di salvaguardare la qualità di vita e di salute delle persone con disabilità così come quella dei loro familiari ed operatori che se ne prendono cura giorno per giorno.

Per questo motivo, preso atto di quanto scritto sopra, Anffas vuole impegnarsi affinché sia evidenziata l’importanza che la vaccinazione ha in primis per la vita stessa delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo ma anche per i loro familiari ed operatori che avendo un contatto stretto e quotidiano con le prime hanno bisogno anch’esse di essere tutelate.

Per elevare infine la consapevolezza sulla necessità di vaccinare le persone con disabilità, i loro familiari ed operatori durante la II fase della campagna di vaccinazione antiCovid-19, programmata per febbraio 2021 e destinata, appunto, alle persone con disabilità, Anffas ha deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale sul tema con la realizzazione di una apposita brochure da condividere e stampare.

Attraverso la campagna “Contro il Covid-19: IO MI VACCINO!” Anffas auspica così che vengano diramate al più presto apposite direttive, a livello nazionale, per garantire che la vaccinazione possa avvenire con modalità certe ed omogenee sull’intero territorio nazionale e che tengano conto delle esigenze delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo.

Nell’ambito di tale campagna, è stata sottoscritta, in data 28 gennaio u.s., una dichiarazione congiunta con le OO.SS. firmatarie del vigente CCNL Anffas volta a sensibilizzare anche le lavoratrici ed i lavoratori Anffas a sottoporsi alla vaccinazione antiCovid-19 e, possedendo una particolare sensibilità ed agendo in coerenza con i principi e valori che ispirano il lavorare in Anffas, garantire la migliore qualità di vita possibile, la salute e la vita stessa delle persone con disabilità, dei familiari e dei propri colleghi, oltre che concorrere in via generale al tentativo di estinguere la pandemia.

SCARICA LA BROCHURE DELLA CAMPAGNA QUI

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Inaccettabile non iserire le persone con disabilità nel secondo ciclo di vaccinazioni anti Covid-19

Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino e vicepresidente FISH Piemonte: “Speravamo che la Regione intervenisse per colmare la lacuna del piano nazionale, ma continua un silenzio assordante, di noi si è accorta solo l’assessore Caucino”

 

Mentre la tabella di marcia della somministrazione dei vaccini contro il Covid-19 sta subendo rallentamenti importanti a causa dei ritardi nelle forniture da parte delle ditte produttrici, le persone con disabilità continuano ad attendere informazioni e chiarimenti sull’annunciato inserimento della loro categoria tra quelle che riceveranno l’immunizzazione appena terminerà il primo ciclo dedicato a operatori sanitari, ospiti e operatori delle RSA.

Attesa finora vana: sia a livello nazionale che a livello regionale, il silenzio è assordante.

A lanciare il grido d’allarme – l’ennesimo accorato grido d’allarme – è la FISH Piemonte (Federazione Italiana Superamento Handicap) tramite il presidente Pericle Farris (Apri, Associazione Pro Retinopatici ed Ipovedenti) e il vicepresidente Giancarlo D’Errico (Anffas Piemonte e Anffas Torino): “Le persone con disabilità e chi le assiste, in primo luogo le famiglie, le residenze per disabili e addirittura le strutture residenziali sanitarie per disabili gravi – dichiara D’Errico – sono state completamente dimenticate nel piano strategico nazionale di vaccinazione. Speravamo che la Regione Piemonte intervenisse per colmare questa lacuna grave ed evidente, ma finora solo l’assessore al Welfare Chiara Caucino ha dimostrato di rendersi conto del problema, dando continuità alla collaborazione in atto nel Tavolo regionale permanente sulle disabilità, mentre le forze di maggioranza e anche quelle di opposizione ci stanno semplicemente, e colpevolmente, ignorando”.

Le persone con disabilità rappresentano una delle categorie fragili più a rischio nello scenario epidemiologico attuale, non solo perché a causa della loro condizione clinica e fisica hanno maggiori probabilità di contrarre il virus e di subirne complicanze gravi, ma anche perché necessitano di una costante assistenza. Senza contare le conseguenze psicologiche e l’aumento dei comportamenti disadattivi dovuti alle ristrettezze sociali imposte dai protocolli sanitari adottati per la loro tutela.

“Basta, le persone con disabilità non possono e non devono più continuare a rimanere invisibili” tuona Giancarlo D’Errico, che continua: “Il piano di vaccinazione deve essere necessariamente rivisto, vista la scarsità di dosi attualmente disponibili, ma non inserire una categoria così fragile tra le priorità è una scelta inaccettabile, che esprime la miopia della politica e l’incapacità di prendersi carico delle persone con disabilità”.

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I vaccini e il consenso informato delle persone con disabilità intellettive

Tramite una lettera (disponibile a questo link) inviata congiuntamente dai Presidenti di Aipd (Associazione Italiana Persone Down) e Anffas (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) alla Presidenza del Consiglio, sul tema Chiarimenti sulla raccolta del consenso al trattamento vaccinale per persone con sindrome di Down nonché con disabilità intellettiva, con disturbi del neurosviluppo o con disturbi psichiatrici, tali Associazioni hanno voluto appunto richiamare l’attenzione sulla questione della raccolta del consenso alla vaccinazione per il Covid, allegando anche una nota di Approfondimento su raccolta del consenso informato da parte delle persone con disabilità intellettiva, con disturbi del neurosviluppo o psichiatrici.

Nella lettera, i Presidenti di Aipd e Anffas esprimono tra l’altro «la speranza che la nostra nota di approfondimento possa essere presa a base per diramare una specifica direttiva o altro documento che si ritenga più utile o confacente, al fine di garantire uniformità di comportamento sull’intero territorio nazionale ed evitare che le persone con disabilità, i loro familiari, i tutori, i curatori, gli amministratori di sostegno e fiduciari possano trovare impedimenti nell’accesso alla campagna vaccinale, con particolare riferimento al delicato aspetto della raccolta del consenso informato, vista anche la particolarità delle disabilità qui rappresentate».

«Tale necessità – si legge ancora – ci è stata rappresentata da più parti, inclusi gli operatori sanitari preposti a tali incombenze, non volendo questi incorrere in situazioni che potrebbero involvere in responsabilità di varia natura o dubbi interpretativi. Ciò potrebbe rallentare o impedire l’auspicato agevole accesso alla campagna vaccinale di tutte le persone con disabilità, unitamente ai loro familiari e persone di loro riferimento nei tempi più rapidi possibili».

Fonte: www.superando.it