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Centri Diurni per disabili, il punto della situazione: servono nuove risorse

Un autunno particolarmente intenso aspetta le persone con disabilità e le loro associazioni di riferimento. Ne abbiamo parlato con Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino, in prima linea nella gestione dei centri diurni per disabili (nel caso specifico, persone con disabilità intellettiva e relazionale) ai tempi del Covid-19. “Fin dalla riapertura di luglio, avevamo denunciato che le normative contenute nel Piano territoriale avrebbero permesso di cavarcela in estate, ma non di tornare al 100% dei servizi a settembre, con la riapertura delle scuole e la ripresa del lavoro. Puntualmente, le carenze sono venute fuori e oggi siamo in grado di garantire il servizio a un numero di utenti tra il 50 e il 70% degli aventi diritto. E le famiglie sono di nuovo al collasso”.

Ma c’è uno spiraglio di luce: “Lunedì scorso abbiamo incontrato Città di Torino e Asl – continua D’Errico – con l’obiettivo di concordare una nuova interpretazione delle normative, tenendo conto del numero di utenti e della loro condizione personale, nonché della dimensione degli ambienti. Mi spiego: finora ogni stanza dei centri diurni potevano ospitare cinque persone, quindi tre disabili e due operatori. Noi abbiamo stanze di 50 metri quadrati: ci stanno comodamente due di questi gruppi, sempre nel massimo della sicurezza. In questo modo, noi riusciremmo ad arrivare al 100% della copertura nel centro di via Fiesole e al 90% in quello di via De Santis, ma il vantaggio è evidente per tutti”.

Rimane il problema delle coperture economiche. Continua il presidente Anffas: “I costi dei trasporti sono raddoppiati, serve più personale e i dispositivi di protezione individuale sono cari: una mascherina ffp2 costa 4 euro e non dura una giornata intera, i camici usa e getta costano 10 euro l’uno. Secondo le nostre stime, avremmo circa un terzo dei costi non coperto dalle rette: insomma abbiamo la possibilità teorica di coprire i servizi al 100%, ma l’impossibilità economica”.

Altro argomento di stretta attualità riguarda il Piano regionale per la non autosufficienza, la cui bozza è stata presentata in Commissione consiliare dall’assessore alle Politiche sociali. “Al di là del merito, la bozza è irricevibile nella metodologia – tuona D’Errico – in quanto l’articolo 4.3 della Convenzione ONU in merito ai “processi decisionali riguardanti le questioni relative alle persone con disabilità” obbliga a consultare le associazioni più rappresentative prima, in fase di rilevazione dei bisogni e coprogettazione, e non dopo, per avere un semplice avvallo. Sono state convocate le parti sociali, intese come padroni e sindacati, ma non noi: non è accettabile. In Puglia, per esempio, gli atti sono stati impugnati e invalidati, perché non è stata seguita la procedura prevista dalla legge”.

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Dopo di noi: attenzione alle comunità per minori e ai centri residenziali

“Revoca dell’autorizzazione alla comunità per minori Dafne di Rocchetta Belbo, nel Cuneese. Lo ha deciso la commissione di vigilanza in seguito all’ispezione avvenuta a inizio settembre su segnalazione dell’assessora regionale Chiara Caucino, dopo la denuncia di un padre che aveva presentato una querela ai carabinieri di Chivasso e pubblicato sui social un video del figlio durante una visita a fine agosto”.

Così un articolo di Repubblica (clicca qui) di ieri, sull’argomento trattato anche in un articolo di Gianluca Nicoletti pubblicato sul sito www.pernoiautistici.com, intitolato “Che ci sbattiamo a fare per il dopo di noi? 10 cervelli ribelli chiusi in gabbia valgono 100.000 euro al mese” (clicca qui) nel quale viene riproposto anche il servizio di Rete 4, curato dalla giornalista Raffaella Regoli, che aveva denunciato questo scandalo.

L’INTERVENTO DI ROBERTO SPEZIALE

È intervenuto a proposito anche il presidente nazionale di Anffas, Roberto Speziale: “Queste sono le tipologie di strutture che, dopo la 180 che ha chiuso i grandi manicomi, sono state create ma cambiandogli nome. Questo ha lavato le coscienze di tanti ma sempre “discariche umane rimangono”. La sedazione pesante e il totale annichilamento delle persone ne rimane il principale approccio. Mi sono battuto e, per qualche breve momento ci ho anche creduto, che l’aver fatto la legge 112, conferendo una priorità alla deistituzionalizzazione proprio da questa tipologia di strutture e dai grandi istituti, avrebbe avviato un percorso virtuoso per offrire una alternativa di qualità alle esigenze di residenzialità ove non più possibile continuare a vivere nella abitazione di origine con i propri familiari o si desiderasse avviare un proprio percorso di affrancamento dalla famiglia di origine. (…) Ma che ci piaccia o no è proprio la legge 112 la vera ed unica soluzione, magari aggiornandola e semplificandola come sta cercando di fare l’apposita commissione recentemente costituita dal premier Conte”.

LA LEGGE 112/2016

Che cos’è la Legge 112? “La legge “Dopo di Noi” è entrata in vigore il 25 giugno 2016 e propone per la prima volta un piano volto a garantire il benessere, l’inclusione sociale e l’autonomia delle persone affette da disabilità gravi e, soprattutto, propone un piano per il supporto ai disabili gravi dopo la perdita del sostegno dei genitori.

Clicca qui per il testo completo della Legge 112/2016

ANFFAS TORINO

Anffas Torino, come altre Anffas a livello nazionale, gestisce direttamente le strutture diurne e le strutture residenziali, proprio per evitare che si creino situazioni riprovevoli come quella della comunità per minori Dafne.

Inoltre, per aiutare le famiglie a muoversi tra leggi e burocrazia, lo sportello S.A.I. è sempre disponibile ad ascoltare le esigenze di ciascuno e cercare insieme la giusta sioluzione.

GUARDA IL SERVIZIO-DENUNCIA DI RAFFAELLA REGOLI

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Supporti alle famiglie con persone con disabilità: lettera della FISH alla Regione Piemonte

Si apre la vertenza sulla riattivazione dei supporti alle famiglie con persone con disabilità: con una lettera firmata dal presidente Pericle Farris, la FISH Piemonte – Federazione Italiana Superamento Handicap (di cui fa parte Anffas Piemonte e Giancarlo D’Errico è vicepresidente) ha chiesto un incontro con i vertici della Regione Piemonte, a partire dal Governatore Alberto Cirio, dall’Assessore alla Sanità Genesio Icardi, dall’Assessore al Welfare Chiara Caucino e dall’assessore a Lavoro e Istruzione Elena Chiorino.

Riportiamo il testo completo della lettera inviata nella giornata di ieri, martedì 25 agosto.


Oggetto: Richiesta di incontro urgente per la pianificazione delle azioni necessarie alla riattivazione e attivazione dei supporti alle famiglie con persone con disabilità ed in particolare Disturbi dello Spettro Autistico (ASD= Autism Spectrum Disorder)

L’emergenza COVID-19 ha pesantemente segnato le famiglie con persone disabili e i disabili stessi, tanto più se con disabilità intellettive.

Dopo il lungo periodo di chiusura la necessità di applicare le norme di prevenzione e contenimento del contagio ha imposto un riavvio, in luglio, dei servizi a sostegno delle famiglie stesse in misura talmente ridotta da rendere indispensabile un immediato confronto per la programmazione e progettazione del prossimo futuro.

A tale proposito ricordiamo che la FISH Piemonte già al momento del riavvio delle attività dei Centri Diurni fece presente che non sarebbe stato sopportabile andare oltre il mese di settembre 2020 senza un piano programmatico applicabile di ripristino dei servizi al livello pre COVID-19.

Crediamo sia quindi arrivato il momento di agire in sinergia, presto e bene, per arginare il rischio di farsi cogliere impreparati, dopo tutti questi mesi di pandemia e di sacrifici.

Tanto più urgente è l’avvio di azioni a supporto, in presenza di ASD, con la riapertura delle scuole annunciata ma senza una pianificazione con i soggetti coinvolti (famiglie, sistema di trasporto, istituzioni scolastiche), con la recrudescenza dei contagi, la brutta stagione che incombe.

A questo proposito esponiamo quelle che per noi sono misure urgenti per la ripartenza di settembre:

  • pianificazione di interventi psicoeducativi volti ad insegnare alle persone autistiche di ogni età e funzionamento, l’uso delle mascherine, il rispetto del distanziamento, l’igiene delle mani e degli spazi, inoltre predisporre strumenti comunicativi ed educativi adeguati per favorire la possibilità, per tutte queste persone, di sottoporsi ai test sierologici e ai tamponi. La mancanza di queste azioni predispone queste stesse persone e le comunità che frequentano a maggior rischio di contagio o alla necessità di adottare misure di isolamento (a casa e a scuola), che di fatto risulterebbero non inclusive e palesemente discriminatorie.
  • Individuazione di luoghi protetti (posti letto in ospedali o reparti di psichiatria) per eventuali periodi di quarantena o degenza per persone autistiche e loro care giver di riferimento. Luoghi con personale formato specificatamente in autismo e supervisionato da esperti. Questi luoghi dovrebbero essere altresì individuati per creare dei reparti per la rieducazione comportamentale in casi di autismo con comportamenti dirompenti (che non devono essere trattati farmacologicamente o almeno in maniera esclusiva).

Ci sia consentito evidenziare che, per l’attuazione di questi due punti, è imprescindibile il supporto sia formativo che di supervisione del CENTRO REGIONALE ESPERTO PER L’AUTISMO IN ETA’ ADULTA. Attualmente però questo servizio di eccellenza (non solo a livello Regionale, ma anche nazionale) è significativamente svilito nella sua operatività dal mancato utilizzo delle risorse già stanziate nel 2016, rendendolo di fatto un servizio depotenziato e quindi inefficace rispetto al bisogno peraltro accresciuto dalla pandemia.

Proseguendo ed operativamente è da ritenersi quindi di primaria importanza:

  • la riattivazione urgente dei Tavoli di Coordinamento Regionale per l’Autismo (età evolutiva/ età adulta), sia per la pianificazione delle indispensabili strategie su descritte, che per riprendere la coprogettazione relativa ad altri temi fondamentali per le persone autistiche che possono essere riassunte nell’attuazione delle due DGR sui Disturbi dello Spettro Autistico (ASD=Autism Spectrum Disorder – DSM-5): DGR 2-4286 del 29/11/2016 (ASD età evolutiva), DGR 88-8997 del 16/05/2019 (ASD età adulta)
  • il potenziamento, considerato il continuo aumento delle diagnosi, delle equipe multidisciplinari dedicate, con personale in possesso della formazione specifica per ASD;
  • l’apertura degli accreditamenti a strutture specializzate (già esistenti nella nostra Regione) nel TRATTAMENTO di ASD (non semplicemente logopedia e psicomotricità), secondo quanto indicato come APPROPRIATO dalle Linee Guida 21 per l’Autismo dell’ISS, che consenta una piena applicazione dei LEA secondo approcci Evidence Based.
  • la nascita di centri residenziali e semiresidenziali (dedicati o misti) con personale specializzato e supervisione di esperti in ASD, con la ridefinizione dei criteri di qualità dei servizi e loro monitoraggio/vigilanza da parte della Sanità.

Quanto evidenziato per le persone con ASD vale in termini di confronto generale per la riattivazione dei servizi necessari per tutte le persone con disabilità ed affrontabili positivamente attivando tutti gli strumenti disponibili ad iniziare dalla coprogrammazione e coprogettazione con gli enti di rappresentanza quali Fish Piemonte e Forum del Terzo Settore.

Certi della vostra comprensione per la nostra preoccupazione e della reciproca volontà di avviare una proficua fase di realizzazione delle iniziative necessarie al benessere ed alla dignità delle famiglie e delle persone con disabilità restiamo in attesa di un vostro gradito e sollecito riscontro, con l’occasione porgiamo cordiali saluti

FISH Piemonte
Il presidente Pericle Farris

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Riaprono i centri diurni per disabili: il servizio del TG3

Il servizio del TG3 di lunedì 20 luglio sulla riapertura dei centro diurni per disabili, con le immagini dalla struttura di via Fiesole e l’intervista al presidente di Anffas Torino Giancarlo D’Errico

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Una mattina di festa: riaperti i centri diurni per disabili gestiti da Anffas

Dopo più di quattro mesi con i cancelli chiusi, stamattina sono finalmente riaperti i centri diurni per disabili gestiti da Anffas Torino, associazione di riferimento per le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie, in via Fiesole (dove c’è anche il centro residenziale) e in via De Santis.

La riapertura è avvenuta nel pieno rispetto delle normative di sicurezza: dopo l’approvazione del piano operativo da parte del Comune di Torino, l’ASL ha provveduto, in tempi molto rapidi, a sottoporre al tampone tutti gli operatori e gli utenti. La normativa prevede che ogni stanza ospiti al massimo cinque persone tra personale e utenti; con disabili gravi e gravissimi, il rapporto non può che essere di due operatori per tre utenti (mentre normalmente, in spazi comuni, il rapporto è di un operatore per tre utenti). Nel caso specifico dei CDD gestiti da Anffas, in via Fiesole ci sono 21 persone accreditate ma solo tre stanze, per quanto grandi, quindi possono rientrare al massimo 9 utenti al giorno; in via De Santis invece sono accreditati 14 utenti e le stanze sono cinque, per cui possono rientrare tutti gli utenti, ma si crea un problema di personale.

Questa mattina, in via Fiesole, c’erano anche le telecamere della RAI a riprendere la ripresa delle attività. A partire dalle ore 9 sono arrivati sette utenti, in un clima di entusiasmo collettivo: ragazzi, ragazze e operatori non vedevano l’ora di potersi rivedere (ma non ancora riabbracciare, perché le distanze di sicurezza vanno comunque mantenute).

“Quattro mesi sono lunghi – commenta Giancarlo D’Errico – le famiglie sono contente perché vedono una risposta tangibile alle loro necessità. Riapriamo nel rispetto delle regole di protezione dal virus, che sono quelle definite dal protocollo nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità, da noi modulate al servizio. Altre regole derivano dalle risorse disponibili: non tutti potranno frequentare il centro contemporaneamente, bisognerà fare dei turni, ma per i mesi di luglio e agosto riusciremo a garantire la quasi totalità delle richieste”.

Poi il presidente Anffas Torino guarda al futuro: “Mi aspetto che questo mese e mezzo serva per sperimentare nuovi modelli operativi. Mi auguro che possano essere rese disponibili risorse aggiuntive, perché quelle a disposizione sono esaurite dalla nuova organizzazione, dai dispositivi di protezione personale, dal nuovo modello dei trasporti. Non sarà facile, ma non potrà esserci un abbassamento del servizio, altrimenti torniamo indietro di 20 anni rispetto al modello Torino e Piemonte di assistenza delle persone con disabilità. Ci aspettiamo che tutti facciano la loro parte: noi faremo la nostra, anche ci aspettiamo lo stesso impegno fin qui dimostrato da parte di Comune e Regione”.

 

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Lunedì riaprono i centro diurni gestiti da Anffas Torino

A partire da lunedì 20 luglio, Anffas Torino – associazione di riferimento per le persone con disabilità intellettiva e le loro famiglie – è pronta a riaprire i centri diurni per disabili (chiusi con il decreto Cura Italia del 16 marzo) che gestisce direttamente, in via Fiesole (dove c’è anche il centro residenziale) e in via De Santis. Il Comune di Torino ha approvato il piano per la riapertura, stilato da Anffas Torino in base alle indicazioni del “Piano territoriale regionale per la riattivazione delle strutture semiresidenziali e delle attività educative territoriali/domiciliari per persone con disabilità e minori con problematiche psico-socio-relazionali” della Regione Piemonte.

La riapertura dei CDD è una priorità sostenuta con forza da Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino: “Da quando è scoppiata l’emergenza Covid-19, il peso della gestione delle persone con disabilità è stato completamente scaricato sulle famiglie. Ormai la vita pubblica è ritornata alla normalità, deve tornare alla normalità, seppur con le giuste precauzioni e con la dovuta gradualità, anche la vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie”.

“Lunedì 20 luglio è la prima data utile – continua D’Errico – per riaprire nel pieno rispetto delle normative. La sicurezza viene prima di tutto: l’ASL sta facendo, in tempi congrui e con notevole disponibilità, i tamponi a tutti gli operatori e gli utenti: alcuni lo hanno già fatto, altri sono ancora in attesa di essere chiamati, considerando che non tutti i ragazzi con disabilità sopportano un test invasivo come il tampone, per cui in determinati casi bisognerà ricorrere al test sierologico. Devo dire che la macchina organizzativa sta funzionando bene, anche la commissione allestita dal Comune di Torino per valutare i progetti ha dato il suo benestare nel giro di un paio di giorni”.

La riapertura dei CDD sarà comunque progressiva. La normativa prevede che ogni stanza ospiti al massimo cinque persone tra personale e utenti; con disabili gravi e gravissimi, il rapporto non può che essere di due operatori per tre utenti (mentre normalmente, in spazi comuni, il rapporto è di un operatore per tre utenti). Nel caso specifico dei CDD gestiti da Anffas, in via Fiesole ci sono 21 persone accreditate ma solo tre stanze, per quanto grandi, quindi possono rientrare al massimo 9 utenti al giorno; in via De Santis invece sono accreditati 14 utenti e le stanze sono cinque, per cui possono rientrare tutti gli utenti, ma si crea un problema di personale.

“Intanto riapriamo e diamo sollievo alle famiglie – spiega il presidente Anffas Torino -, tra chi vuole rientrare e ha già i risultati dei tamponi, organizzeremo una rotazione, è l’unica scelta possibile per dare a tutte le famiglie le stesse opportunità. A luglio e agosto, ce la caveremo con i turni, ma per settembre serve un piano preciso e servono le risorse giuste per attuarlo. Su questo aspetto dobbiamo essere chiari: l’obiettivo deve essere quello di ripristinare al cento per cento i servizi attivi prima della pandemia. Non è pensabile sostituire il centro diurno con l’assistenza domiciliare, che pure va sostenuta in questa fase transitoria, perché non è la stessa cosa né per la persona con disabilità, né per le famiglie”.

Un altro discorso aperto riguarda i centri residenziali, come quello di via Fiesole: “Ci sono ragazzi che non riabbracciano i loro genitori da quattro mesi, vista l’impossibilità di ricevere visite: abbiamo mandato in ASL un protocollo per regolare le visite dei parenti nel rispetto delle normative di sicurezza, con le mascherine e il distanziamento sociale non sarà il massimo, ma è già qualcosa. Più difficilmente risolvibile è invece il problema delle cosiddette “tregue”, ovvero i ragazzi del residenziale che tornavano a casa per il week end e, al contrario, i ragazzi dei centri diurni che si fermavano per qualche giorno nel residenziale, proprio per alleggerire le famiglie. Con la normativa vigente, al rientro dovrebbero fare il tampone e stare due settimane in isolamento. Sono protocolli ospedalieri, ma nei nostri centri non è possibile applicarli, sia per una questione di spazi che di logica. Adesso che vedranno ragazzi che entrano ed escono nel centro diurno ospitato nella stessa struttura di via Fiesole, come possiamo spiegare a quelli del residenziale che loro invece non possono?”

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Riavviare i servizi semiresidenziali diurni, per tutti!

Finalmente, i servizi semiresidenziali per le persone con disabilità del Piemonte (chiusi con il decreto Cura Italia del 16 marzo) possono riaprire: la Regione Piemonte, in data 20 giugno, ha approvato “Il piano territoriale regionale per la riattivazione delle strutture semiresidenziali e delle attività educative territoriali/domiciliari per persone con disabilità e minori con problematiche psico-socio-relazionali”, come previsto dall’ultimo decreto del Presidente del Consiglio.

Clicca qui per il comunicato stampa di Anffas Piemonte

I contenuti sono stati oggetto di confronto tra il Forum del Terzo Settore, in rappresentanza delle associazioni delle persone con disabilità e degli enti erogatori dei servizi, l’Assessorato alla Sanità, l’Assessorato alle Politiche Sociali e l’unità di Crisi. Confronto di cui ringraziamo la Regione, ma sottolineiamo con disappunto e preoccupazione che nel “Piano regionale” non troviamo chiaramente espressi molti aspetti che – in sede di dibattito – avevano trovato valutazioni comuni, che riteniamo fondamentali per proseguire positivamente.

PERIODO SPERIMENTALE

Innanzitutto, con la Regione Piemonte si era concordato, nel mese di maggio, di utilizzare i mesi estivi come “periodo sperimentale” per mettere in campo modelli di servizio flessibili e articolati, per quantificare correttamente l’impatto delle attività di contrasto al virus e capire quanti potrebbero essere i costi superiori e quali le difficoltà organizzative e gestionali.

La decisione di attivare un periodo sperimentale era un passaggio estremamente qualificante della discussione sul futuro dei servizi, che non ritroviamo purtroppo indicato nel Piano, facendone mancare un elemento fondamentale.

Sappiamo che non è questo l’orientamento della Regione, ma dobbiamo vigilare con attenzione affinché non passi un concetto molto pericoloso: se le famiglie sono state in grado di autogestirsi fino ad ora (e sono in grado di “sopportare” livelli di servizio inferiori a prima e comunque inadeguati ai loro bisogni), saranno in grado di autogestirsi anche per il futuro, fino a stabilizzare una situazione che permette un importante risparmio ai bilanci comunali e regionali, fortemente compromessi dalla gestione dell’emergenza Covid-19.

Dal nostro punto di vista, è chiaro che il sistema applicato in questa fase non può essere che provvisorio e deve finire il più presto possibile. Anzi, anche la fase sperimentale ha senso solo nella prospettiva di ripristinare al cento per cento i servizi garantiti prima della pandemia, a partire da settembre.

APERTURA IN SICUREZZA

Tutti noi abbiamo bisogno che il servizio riprenda immediatamente, ma è altrettanto importante che il servizio riprenda in piena sicurezza. È quindi necessario che vengano fatti i tamponi a tutti, utenti e operatori, come dice il Piano, che però non dà indicazioni sui tempi. Noi temiamo che, dovendo fare questa operazione per un numero molto alto di persone, senza un meccanismo chiaro e certo, i tempi si allungheranno in maniera inaccettabile: bisogna stabilire una tabella di marcia e una linea temporale oltre la quale non è possibile andare, anche perché – nel migliore dei casi – i CDD non apriranno prima della metà di luglio.

APERTURA GRADUALE E SCAGLIONATA

Le indicazioni per la prevenzione alla diffusione del contagio impongono regole stringenti su spazio pro-capite, composizione dei gruppi di persone, modalità di trasporto, sanificazione degli ambienti e misure di protezione individuale, con un aggravio dei costi sia per i materiali che per il personale.

Di conseguenza, sarà necessario riaprire in maniera scaglionata e graduale, probabilmente con frequenze part-time e con l’utilizzo di altri supporti per le famiglie. Bisognerà quindi scegliere quali priorità applicare e indicare chi, come e quando avrà riattivato il servizio. Non è pensabile sostituire il centro diurno con l’assistenza domiciliare, che pure va sostenuta in questa fase transitoria, perché non è la stessa cosa né per la persona con disabilità, né per le famiglie

Il “Piano” indica l’Ente erogatore del servizio come soggetto che riadatta il progetto individuale e lo invia all’ASL o all’Ente gestore dei Servizi socio-assistenziali (Consorzio, Comune); questo non è accettabile. Noi riteniamo che tale scelta debba essere operata congiuntamente da famiglia, Commissione UMVD ed Ente Erogatore del servizio, per fare sì che tutte le informazioni siano disponibili e che i bisogni e i diritti delle persone con disabilità siano garantiti e correttamente considerati.

MANTENERE LA SICUREZZA NEL TEMPO

Dopo l’apertura, è previsto un piano di monitoraggio costante, a cadenza programmata, per essere sicuri che non ci siano ritorni del contagio. Anche in questo caso, le indicazioni sono un po’ troppo generali e quindi temiamo che non sia così semplice da organizzare, nella pratica.

CONCLUSIONI

Riteniamo assolutamente necessaria una fase urgente di ridefinizione di bisogni e servizi, altrimenti la fase 2 sarà un altro disastro, come già è stata la fase 1. Lo diciamo senza giri di parole, perché è chiaro che non si tratterà di un ritorno alla “normalità” pre-coronavirus – che comunque era ben lontana dalla perfezione – e ancora per lunghi mesi dovremo convivere con una situazione di emergenza.

Ribadiamo che è impensabile che il peso di questa emergenza continui a ricadere così profondamente, talvolta interamente, sulle famiglie: quello che è successo negli ultimi mesi non può essere sostenibile a lungo termine. Non possiamo permettere che qualcuno pensi ad uno scambio di qualche euro alle famiglie a fronte della rinuncia ai servizi, tanto più ora che le famiglie potrebbero risentire grandemente della crisi che si prospetta.

Lo ripetiamo forte e chiaro: nessun taglio ai servizi è accettabile, le famiglie non possono essere lasciate sole.

Le crisi più profonde, come quella che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, possono essere l’occasione per ripensare ai modelli e migliorarli: dobbiamo cogliere questa occasione per procedere alla riforma e all’aggiornamento dei servizi: basta standardizzazione, le associazioni di rappresentanza devono coprogettare con le istituzioni percorsi e servizi che puntino sull’aumento e alla stabilizzazione delle “abilità” di ciascuna persona. Senza dimenticare tematiche fondamentali come il “durante e dopo di noi” e la costruzione di “progetti di vita indipendente”, che devono essere potenziati su tutto il territorio, anche in osservanza del dettato della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità che, è sempre bene ricordarlo, è legge dello Stato italiano dal 2009.

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Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino, in diretta sul Tgr Piemonte

Argomento dell’intervista: la riapertura dei centri diurni per le persone con disabilità intellettiva

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Riaprono i centro diurni per persone con disabilità: meglio tardi che mai

Giancarlo D’Errico, presidente di Anffas Torino: “I problemi rimangono gravi, non abbassiamo la guardia. Subito test sierologici per utenti e operatori e risorse per sostenere gli enti erogatori e le famiglie. La riapertura sarà graduale, ma entro settembre i servizi devono essere ripristinati al cento per cento”

 

Meglio tardi che mai: la Regione Piemonte ha approvato “Il piano territoriale regionale per la riattivazione delle strutture semiresidenziali e delle attività educative territoriali/domiciliari per persone con disabilità e minori con problematiche psico-socio-relazionali”.

La riapertura dei centri diurni per disabili (CDD), che erano stati chiusi con il decreto Cura Italia del 16 marzo, è una battaglia che Giancarlo D’Errico, presidente Anffas Torino, ha portato avanti con grande forza nelle ultime settimane: “Da quando è scoppiata l’emergenza Covid-19, il peso della gestione delle persone con disabilità è stato completamente scaricato sulle famiglie, situazione che non è più sostenibile. Ormai le persone sono tornate a lavorare e la vita pubblica sta riprendendo il suo corso normale: bar e ristoranti sono pieni, i bambini vanno ai centri estivi, si gioca a calcio e si festeggia senza alcun timore. Ora, finalmente, le nostre richieste sono state ascoltate e riaprono i centri diurni per disabili. In un paese che vuole dirsi civile, il pallone non può contare più della disabilità, come purtroppo succede”.

La sicurezza viene prima di tutto: “Bisogna fare i test sierologici a tutti gli utenti e gli operatori, che saranno a carico delle ASL: va bene, ma bisogna agire rapidamente, altrimenti si slitta a settembre” spiega D’Errico.

La riapertura dei CDD sarà comunque progressiva. Secondo le previsioni di Anffas Torino, che gestisce due CDD, nella prima fase sarà possibile accogliere fisicamente al massimo il 50 per cento degli utenti precedenti, a causa dei vincoli e dei costi per la sicurezza. Questo significa, da un lato, che molte delle persone con disabilità intellettiva continueranno a gravare sulle famiglie. Dall’altro, che alle associazioni e alle cooperative mancheranno le risorse per gestire tali centri al livello precedente, visto che la flessibilità non comporterà la riduzione delle spese fisse, delle utenze e del personale.

“Su questo aspetto – prosegue il presidente Anffas Torino – dobbiamo essere chiari. L’inizio sarà graduale, ma l’obiettivo deve essere quello di ripristinare al cento per cento i servizi attivi prima della pandemia, entro settembre. Non è pensabile sostituire il centro diurno con l’assistenza domiciliare, che pure va sostenuta in questa fase transitoria, perché non è la stessa cosa né per la persona con disabilità, né per le famiglie”.

Quanto alla questione economica, servono risorse adeguate perché la riapertura graduale e il rispetto delle norme di sicurezza comporteranno un notevole aumento dei costi, che “non possono ricadere sugli enti erogatori, che sono già ai minimi, né sulle famiglie. Dobbiamo vigilare con attenzione affinché non passi un concetto molto pericoloso: se le famiglie sono state in grado di autogestirsi per questi tre mesi, saranno in grado di autogestirsi anche per i prossimi, fino a stabilizzare la situazione attuale”.

“Tutti argomenti – prosegue D’Errico – che sono emersi e sono stati affrontati nel confronto con la Regione, che concorda con noi sulla necessità di procedere alla sperimentazione, nei prossimi due mesi, di modelli nuovi che siano la base di un nuovo sistema di servizi, e ha ben compreso la necessità di adeguare le risorse, oggi insufficienti, ai nuovi bisogni e modelli”.

La tempistica, visti questi presupposti, non sarà immediata: “Se saremo bravi, ma molto bravi, riapriremo i CDD a metà luglio. Serve l’aiuto di tutti, noi sicuramente non abbasseremo la guardia, continueremo a vigilare e soprattutto a proporre soluzioni concrete”, conclude Giancarlo D’Errico.

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Covid-19: necessario un modello di sorveglianza attiva per persone con disabilità residenti nelle RSD

“L’esperienza italiana offre importanti spunti di riflessione per ottimizzare l’intervento in fase di emergenza e pianificare le strategie per le future fasi della pandemia. L’inseguimento delle gravi conseguenze di COVID-19 nell’elevato numero di soggetti contagiati richiede di essere contemporaneamente affiancato da efficaci strategie di previsione e prevenzione dell’ulteriore diffusione della pandemia. Quest’ultima richiede una gestione sul territorio, risparmiando i presidi ospedalieri dal contagio ed evitando che diventino essi stessi amplificatori della diffusione. Oltre agli anziani e alle persone con preesistenti situazioni di stress metabolico, i soggetti con disabilità intellettiva e disordini del neurosviluppo costituiscono una popolazione a rischio, come confermano le segnalazioni che giungono dalle Residenze Sanitarie per Disabili (RSD) e dai familiari”.

Questo uno stralcio della lettera firmata da UNITI PER L’AUTISMO, dall’Associazione Nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale (Anfass), dall’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici (ANGSA) e dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA).

Un appello per sensibilizzare sulla difficile situazione che si sta registrando in questo periodo di emergenza sanitaria nelle strutture residenziali che ospitano persone con disabilità, per le quali ammalarsi di Covid-19 può aggravare pesantemente il loro stato di salute.

Per spegnere i focolai già presenti nelle RSD e per prevenirli nelle strutture al momento risparmiate, i firmatari della lettera propongono un modello di sorveglianza attiva, sull’esempio di quanto fatto a Vo’ Euganeo, piccolo comune in provincia di Padova. In particolare, il modello prevede:
1. esecuzione di tampone nasofaringeo e orofaringeo a tutti gli ospiti e operatori delle strutture, con periodica rivalutazione;
2. immediato isolamento delle persone risultate positive, indipendentemente dalla sintomatologia, con allontanamento immediato di operatori positivi e trasferimento degli ospiti positivi in settori o strutture dedicati;
3. allestimento di strutture o settori di isolamento per gli ospiti positivi – asintomatici e sintomatici – con efficaci zone filtro, mediante riorganizzazione degli spazi interni delle residenze (es. padiglioni dedicati) o utilizzo di altre strutture messe a disposizione da AST o Comune di appartenenza;
4. per gli ospiti sintomatici, strumenti diagnostici e protocolli approvati e aggiornati per l’assistenza domiciliare e ospedaliera non intensiva, possibilmente in collaborazione con le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA);
5. adeguamento del personale in forza nelle RSD, attraverso l’attivazione di bandi per richiamare personale volontario, incentivato a fornire la propria collaborazione.

“Ciò che finora abbiamo capito della pandemia consente di razionalizzare l’assistenza sanitaria nelle RSD, evitando il perseverare di strategie non coerenti con l’evidenza scientifica. Con un modello di sorveglianza attiva rivolto alle persone più fragili, l’Italia potrebbe essere di esempio per i Paesi che stanno dimostrando scelte in direzione opposta”, dichiara Cristina Panisi, pediatra del Comitato Scientifico SIMA e del Comitato UNITI PER L’AUTISMO.