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Un film (tratto da una storia vera) pieno di speranza: “Anna dei miracoli”

“Il più grande risultato dell’educazione è la tolleranza. La tolleranza è il principio primo della comunità, è lo spirito che conserva il meglio del pensiero dell’uomo”. È una frase, quanto mai attuale, dell’autobiografia di Helen Adams Keller, nata nel 1880 a Tuscumbia, in Alabama, e morta a giugno del 1968, cinque anni dopo il conferimento della Medaglia presidenziale della Libertà da parte del Presidente statunitense Lyndon Johnson. Da quel libro il commediografo William Gibson ha tratto un fortunato dramma teatrale, The miracle worker, dal quale nel 1962 il regista Arthur Penn ha diretto il famoso film sceneggiato dallo stesso Gibson (vincitore di due premi Oscar, tra l’altro), che in Italia è stato intitolato “Anna dei miracoli”. Per l’occasione, Penn ha ingaggiato la medesima coppia di attrici che avevano già interpretato il testo di Gibson sul palcoscenico: la sedicenne Patty Duke nella parte di Helen Keller ed Anne Bancroft in quella della sua coraggiosa istitutrice Annie. Numerose anche le interpretazioni successive, tra cui una fiction della RAI datata 1968.

È una straordinaria storia di speranza: anche se non parla di una disabilità intellettiva e relazionale – Helen rimane sordo-cieca a causa di un’infezione – “Anna dei miracoli” è un invito a non demordere e a non rassegnarsi mai, perché c’è sempre modo di lavorare per far migliorare i ragazzi e le ragazze con disabilità.

L’intera pellicola è incentrata sul difficile rapporto fra la piccola Helen e la sua insegnante Annie. Helen, infatti, è sempre stata viziata dai propri familiari, che le permettono di fare qualunque cosa in virtù dei suoi gravi handicap, rinunciando a correggerla o a rimproverarla; Annie, al contrario, non si piega alla condotta della bambina, e intraprende con lei un ostinato braccio di ferro per insegnarle a comportarsi in maniera civile. Ovviamente, questo serrato confronto / scontro non sarà facile per nessuna delle due, e porterà a dei momenti di estrema tensione all’interno della famiglia (memorabile la “lotta” fra Annie ed Helen intorno al tavolo della sala da pranzo, quando la piccola si rifiuta di mangiare come gli altri e reagisce selvaggiamente ai divieti della sua istitutrice). Il progressivo apprendimento di Helen, che grazie ad Annie impara a conoscere il mondo attorno a sé usando il tatto e l’intelligenza, diventa così anche un metaforico percorso interiore che si risolve in un finale a dir poco commovente. Il film di Penn ha l’indiscutibile merito di affrontare l’argomento della disabilità in maniera asciutta e realistica, riuscendo in più occasioni a coinvolgere ed emozionare lo spettatore, ma senza mai cadere in facili pietismi.