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Consiglio letterario: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon

Quando scopre il cadavere di Wellington, il cane barbone della vicina, Christopher Boone capisce di trovarsi davanti a uno di quei misteri che il suo eroe, Sherlock Holmes, era così bravo a risolvere. Perciò incomincia a scrivere un libro mettendo insieme gli indizi del caso dal suo punto di vista.

E il suo punto di vista è davvero speciale. Perché Christopher è autistico e ha un rapporto molto problematico con il mondo. Odia essere toccato, odia il giallo e il marrone, non mangia se cibi diversi vengono a contatto l’uno con l’altro, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso degli altri, non sorride mai. Adora la matematica e l’astronomia, e uno dei suoi pensieri preferiti è immaginare di essere l’ultimo uomo sopravvissuto sulla Terra, o l’unico marinaio a bordo di un sottomarino nelle profondità dell’oceano.

Scrivendo il suo libro giallo, e ripensando a romanzi come Il mastino dei Baskerville, Christopher inizia a far luce su un mistero ben più importante di quello del cane barbone. Come è morta sua madre? Perché suo padre non vuole che lui faccia troppe domande ai vicini? Per rispondere a queste domande dovrà intraprendere un viaggio iniziatico in treno e in metropolitana, in luoghi e situazioni che prima di allora avrebbe trovato intollerabili, approdando a una sorta di età adulta, orgoglioso di sapersi muovere nel mondo caotico e rumoroso degli altri.

Mark Haddon
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Giulio Einaudi Editore
pp. VI – 248
€ 16,00


La recensione di Erica Casale tratta dal sito www.iltascabile.com

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” esce nel 2003 a firma di Mark Haddon, diventa un caso editoriale e col tempo si trasforma in un long seller. Christopher, un quindicenne con la sindrome di Asperger, cerca di scoprire chi abbia ucciso il cane della vicina di casa, scombina la propria routine e finisce per scoperchiare una coltre di segreti famigliari. Lo stile è scorrevole e diretto e l’empatia col protagonista e narratore è immediata: Haddon riproduce lo schema di ragionamento, le difficoltà in cui incorre quando cerca di interpretare gli stimoli esterni, l’incapacità di mettere a fuoco le proprie emozioni e di stabilirne le cause.

Il romanzo inizia immediatamente con la scena promessa dal titolo; Christopher incappa nel cadavere del cane della vicina, sgozzato. Piange, urla, ha una crisi. La vicina chiama la polizia, la polizia non ha idea di come gestirlo e lo arresta. Il padre lo raggiunge alla stazione di polizia, visibilmente preoccupato – il figlio adolescente nelle mani della polizia, incapace di spiegarsi e di comportarsi correttamente. Quando tornano a casa, Christopher gli chiede se sia triste per la morte del cane:

Rimase a osservami a lungo, trattenendo il fiato. Poi biascicò: – Sì, Christopher, diciamo di sì. Sì, mettiamola così.Decisi di lasciarlo solo perché quando io sono triste voglio essere lasciato solo. Non dissi una parola. Andai in cucina, mi preparai l’aranciata e salii in camera mia.

Christopher non coglie quanto sia evasiva la risposta del padre, né quest’ultimo si preoccupa di nasconderglielo. Invece di cercare di tirargli su il morale offrendogli la sua compagnia, decide di defilarsi, in quello che per lui è un chiaro gesto di premura. Sa che una persona arrabbiata urla e che una persona triste piange, ma la sua capacità di interpretare le emozioni altrui non va molto oltre. Dà per scontato che il mondo interiore del padre somigli al suo, e incapace di leggere gli stimoli emotivi del mondo esterno, proietta il proprio funzionamento emotivo sugli altri.

Le sue giornate sono prevedibili e accuratamente pianificate. Le sue fissazioni riempiono i suoi pomeriggi altrimenti poveri di amici e interazioni. E tuttavia non si ha l’impressione che la sindrome abbia tolto tutto a Christopher; adora i romanzi gialli e vuole scriverne uno. Gli piacciono gli indovinelli matematici, e vanta un’eccellente capacità di calcolo che lo fa rientrare nella categoria di savant. Se non sapessimo che soffre della sindrome di Asperger, lo troveremmo spesso crudele, perché appare del tutto ignaro e perfino ingrato rispetto ai sacrifici che vengono fatti per lui e all’affetto incondizionato del padre. Christopher è egoista, perché le esigenze del mondo esterno non riescono a raggiungerlo. Non è incapace di sentire, quanto di elaborare quello che sente, ed è anche attraverso questo scollamento tra le difficoltà con cui Christopher si trova a confrontarsi e l’incapacità di riconoscerle come combustibile dei suoi stati d’animo, che Haddon riesce a raccontarci con efficacia il paradosso emotivo della vita di un autistico.